Nello sci di fondo uno dei requisiti fondamentali è la resistenza, per combattere quella dell’attrito che respinge gli attrezzi sulla neve.
La resistenza tuttavia non è soltanto quella fisica, ma anche quella mentale, in una disciplina che richiede una tenuta ostinata, soprattutto considerato il lungo tempo trascorso in solitudine.
Quest’ultimo aspetto ha forse penalizzato Giulio Capitanio, un talento cristallino che ha fatto da “collante” fra le epoche d’oro di Franco Nones e dei vari Maurilio De Zolt, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner.
Nato a Schilpario il 6 marzo 1952 da una famiglia composta da undici figli, Giulio deve far i conti con una vita complicata, con il padre destinato a lavorare in miniera a Fondi e la madre a gestire l’ampia stirpe.
La passione per lo sci di fondo non passa inosservata, complice anche la presenza di quella Pista degli Abeti che gli fa da culla emergendo a soli sedici anni nel 1968 quando vince sull’Appennino Tosco-Emiliano la 10 chilometri dei Campionati Italiani Aspiranti.
E’ la prima scintilla che lo porta, insieme al fratello Pietro, allo Sci Club Oltre il Colle con il quale due anni dopo vince il primo titolo juniores nella staffetta 3×8 chilometri, replicato nel 1971 e nel 1972 a cui va aggiunto il titolo tricolore nella 10 chilometri.
E’ il passo decisivo per entrare nel Gruppo Sportivo dei Carabinieri e poter così portare uno stipendio prezioso in casa, ma soprattutto trasformare lo sport in un lavoro fisso.
Nel 1973 arriva così il primo titolo assoluto in staffetta, a dimostrazione di come Giulio, quando le responsabilità si possono condividere, dà il meglio di sé.
Forse per quel suo carattere particolarmente introverso, forse perché ama più giocare di squadra che imporsi in prima persona in un movimento che, dopo l’addio di Franco Nones, sente la mancanza di un leader.
Nel 1974 Capitanio partecipa così ai primi Mondiali di sci di fondo della carriera, ma i risultati non sono quelli tanto attesi: a Falun è quarantottesimo nella 15 chilometri vinta dal norvegese Magne Gunnbjørn Myrmo obbligandolo di fatto a tornare a far incetta di medaglie ai Campionati Italiani dove è terzo nella 15 chilometri e secondo in staffetta.
Nel 1975 le cose non vanno molto meglio visto che arriva soltanto il titolo a squadre nella 4×10 chilometri, ma è il 1976 che segna la vera esplosione di Giulio Capitanio.
Nelle gare preolimpiche si mette in mostra e si guadagna così la convocazione per i Giochi di Innsbruck 1976 dove ancora una volta fatica a ingranare.
Nella 15 chilometri è ventunesimo, nella 30 è ventottesimo, in staffetta dà invece il meglio di sé ricevendo il testimone da un Ulrico Kostner costretto a rimediare alla crisi di Renzo Chiocchetti e porta l’Italia al settimo posto, a due minuti dal bronzo.
Il ritorno in patria è folgorante con i titoli nazionali nella 15 e nella 50 chilometri, mentre in una tournée in Norvegia chiude secondo la 15 chilometri di Skien, a soli quindici secondi dal finlandese Juha Mieto.
La dimostrazione è che Capitanio se la possa giocare alla pari con i maestri dello sci di fondo e la conferma arriva l’anno dopo con una nuova piazza d’onore nella 15 chilometri di Hammerdahl, ma ai Campionati Italiani deve accontentarsi soltanto dell’oro in staffetta e dell’argento nella 30 chilometri.
Il 1978 è però l’anno dell’esordio in Coppa del Mondo, non ancora circuito ufficiale, ma che a titolo sperimentale coinvolge la maggior parte degli atleti di spicco mondiale.
Capitanio non si fa ripetere due volte l’invito e domina la 30 chilometri alla Settimana Internazionale di Castelrotto a cui si aggiunge un secondo posto nella gara di Ramsau, battuto soltanto dallo svedese Thomas Wassberg concludendo quinto in classifica generale.
Ai Mondiali le cose non vanno però ancora una volta come ci si aspetta con il diciannovesimo posto nella 15 chilometri, il quattordicesimo nella 30, il ventunesimo nella 50 e l’undicesimo in staffetta.
Ai Campionati Italiani è il dominatore con vittorie nella 30, nella 50 e in staffetta a cui si aggiunge la piazza d’onore nella 15 chilometri a dimostrazione che lo sci di fondo azzurro ha trovato il suo nuovo punto di riferimento.
La situazione si ripete la stagione successiva dove è nono nella preolimpica negli Stati Uniti e, insieme a De Zolt e Roberto Primus, vince la staffetta 3×10 chilometri.
Lo spettacolo arriva però in Polonia, al sesto appuntamento del massimo circuito, quando il 16 febbraio 1979 va in scena la 15 chilometri di Zakopane.
Una gara difficile, acuita dal freddo e dall’ombra presenti nella foresta che costeggia il tracciato, ma soprattutto dagli avversari, compresi tutti quelli che avevano rinunciato alla trasferta in USA.
Capitanio è una furia e lo dimostra tagliando il traguardo in 43’44″08, un secondo e ventuno centesimi prima del sovietico Alexander Zavyalov in un’impresa che si rivela essere a tutti gli effetti la prima vittoria di un italiano in Coppa del Mondo.
La notizia finisce sul New York Times, a dimostrazione del valore di questo successo che segna la rottura del predominio scandinavo-sovietico, quasi impossibile da scalfire.
Di fatto è il coronamento di una stagione che lo vede ottenere anche il sesto posto nella 50 chilometri di Oslo-Holmenkollen oltre al quarto posto nella generale e all’ormai immancabile vittoria ai Campionati Italiani, questa volta nella 15 chilometri.
Il 1980 è quello delle Olimpiadi di Lake Placid, ma come più volte è accaduto nel corso della sua carriera, Capitanio fatica nei grandi appuntamenti.
Nella 15 chilometri è trentanovesimo dietro i compagni di squadra De Zolt e Vanzetta, nella 30 è ventisettesimo, nella 50 è diciannovesimo, mentre in staffetta non va oltre nuovamente il sesto posto conclusivo.
Sembra proprio che quando la responsabilità aumenta, Giulio vada in crisi, e non bastano gli ori italiani nella 15 e nella 50 oltre all’argento nella 30 e il bronzo in staffetta a salvare la stagione da una delusione cocente.
Lo sciatore scalvino crolla così in una crisi senza spiegazioni, salvata solo in parte dall’argento in staffetta agli Italiani 1981.
C’è chi parla di un problema fisico legato alla mancanza di ferro, chi di una crisi interiore, chi di una difficoltà ad adattarsi al passo in pattinato inventato dall’americano Bill Koch.
E’ un mistero che lo accompagna per tutto l’inizio degli anni Ottanta dove ottiene soltanto un bronzo nel 1982 nella 30 chilometri dei Campionati Nazionali a cui va aggiunta un’opaca partecipazione ai Mondiali a Oslo dove è trentanovesimo nella 15 chilometri, quarantesimo nella 30 e ventiquattresimo nella 50.
Sembra ormai arrivato il momento di chiudere il capitolo con lo sci di fondo quando, in vista delle Olimpiadi Invernali di Sarajevo 1984, ecco arrivare l’ultimo sussulto d’orgoglio.
Nella tappa di Coppa del Mondo che fa da prova alla rassegna a cinque cerchi, nel 1983 Capitanio è quarto nella 30 chilometri in Jugoslavia condita dal titolo tricolore nella 50 chilometri e il bronzo nella 15.
La partecipazione alla terza Olimpiade in carriera è garantita, ma ancora una volta Giulio non trova sé stesso nei momenti decisivi e sulle nevi bosniache deve accontentarsi del ventiquattresimo posto nella 15 chilometri, del ventiseiesimo nella 30, del trentaquattresimo nella 50 e del settimo in una staffetta che pone le basi per un futuro limpido negli Anni Novanta.
A trentadue anni per Capitanio è arrivato anche il momento di dire addio con un bronzo nella 30 chilometri dei Campionati Italiani, ma soprattutto al termine di una carriera che ha visto grandi picchi, ma altrettante delusioni nei momenti in cui contava davvero.













