Bergamo a Cinque Cerchi, Ivano Camozzi e la medaglia sfiorata a Calgary 1988

L'atleta di Albino ha preso parte alle Olimpiadi Invernali nello sci alpino ottenendo il quarto posto nello slalom gigante e il decimo nel supergigante.

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La medaglia a volte può sfuggire, ma un risultato alle Olimpiadi può rimanere nella storia come quello di Ivano Camozzi a Calgary 1988.

Lo sciatore di Albino ha chiuso in quarta posizione lo slalom gigante vinto da Alberto Tomba fermandosi a soli ventinove centesimi dal bronzo di Pirmin Zurbriggen.

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Un ricordo rimasto indelebile nella memoria di Ivano Camozzi che lo ha raccontato in un’intervista rilasciata a Eppen.

Ci racconta la sua esperienza a Calgary 1988?

Non l’ho vissuta a pieno perché, come spesso succede in questi casi, si gareggia lontano dal Villaggio Olimpico. Nel nostro caso eravamo a Nakiska, sempre nella provincia dell’Alberta, ma a quasi duecento chilometri dalla struttura. Per quanto riguarda le gare, è stata un’esperienza indimenticabile, anche se agrodolce. Da un punto di vista tecnico, penso di aver fatto la più bella gara della vita, ma, a livello di classifica, sono stato il primo dei perdenti. Alle Olimpiadi ti giochi l’ottanta per cento della tua carriera e arrivare quarto fa un po’ male. Quel giorno però non potevo andare più veloce. A vincere è stato Alberto Tomba che era il grande favorito, ma dietro di lui c’erano Hubert Strolz e Pirmin Zurbriggen. Io sono riuscito a stare davanti a Ingemar Stenmark e Andreas Wenzel che, in quegli anni, hanno fatto la storia del nostro sport. Da un punto di vista del risultato, il quarto posto è la posizione più sgradevole perché, a discapito quando diceva De Coubertin, l’importante non è così importante partecipare nelle competizioni e soprattutto le medaglie sono tre, la prossima volta in cui potrai giocartele è fra quattro anni e non è detto che sarai ancora in condizione. Insomma, l’80% delle chance della tua carriera te le giochi lì e arrivare quarto ti dà un po’ fastidio. Poi se mi guardo indietro, meglio di così non potevo fare. 

Come avete festeggiato in casa Italia quel momento?

Sinceramente in quell’occasione c’era poco da festeggiare perché eravamo in un contesto di gare e avevamo poco tempo prima dello slalom. Anche se alle Olimpiadi nulla è scontato, la vittoria di Alberto era abbastanza prevedibile visto che in stagione aveva vinto quasi tutte le gare in gigante e slalom. Il mio quarto posto è stata forse la più grande sorpresa perché poi aggirarmi attorno al sesto o settimo posto guardando quanto fatto anche in Coppa del Mondo, ma sono andato oltre e quel risultato è stato soffocato dalla sua vittoria perché si festeggia quella, anche se sono arrivati i complimenti da tutto lo staff. 

Quanto vi ha influenzato l’incidente mortale che coinvolse Jörg Oberhammer e Brian Nock?

Tutte le cose negative condizionano la testa di un atleta, specialmente in una gara che si gioca sulle sfumature. Bisogna restare molto concentrati perché sei consapevole che stai vivendo una grande possibilità. È brutto da dire, ma in quegli istanti bisogna essere un po’ cinici perché lo show prosegue e nessuno si ferma.

L’ha aiutata gareggiare in compagnia di un conterraneo come Carlo Gerosa?

Sinceramente no perché con Carlo e gli altri ragazzi abbiamo vissuto la trafila della Coppa del Mondo per cui un’Olimpiade o una gara come quelle cambia poco. Di conseguenza fa senza dubbio piacere pranzare o chiacchierare con un bergamasco che con un altoatesino, ma per un discorso di feeling. Per il resto alle Olimpiadi l’importante è avere un gruppo coeso, che si costruisce negli anni visto che alle Olimpiadi vanno solo i migliori di una disciplina.

Perché venne schierato anche in supergigante e slalom?

Allora si aveva un numero fisso di atleti che si potevano schierare indipendentemente dalle specialità, così magari si sceglievano i due migliori della disciplina, ma avendone a disposizione quattro, se ne iscrivevano anche altri. Probabilmente non ero il terzo o il quarto slalomista della stagione così come in supergigante per questo sono stato schierato.

Perché si è ritirato così presto, soltanto un anno dopo i Giochi?

Mi piace definirmi un gregario, visto che sono arrivato giovanissimo in Coppa del Mondo, già nella stagione 1978-79, e ho fatto un percorso abbastanza lungo prima di arrivare alla parte migliore attorno ai 26-27 anni. Quando è arrivato il quarto posto alle Olimpiadi, ero già nella seconda parte della mia carriera e, nella stagione 1989-90, ho capito che facevo fatica a rigenerarmi per essere costantemente stimolato e pronto per la gara. Avrei potuto restare e tirare avanti come molti altri, oppure rimanere arruolato nei Carabinieri per puntare alla pensione, ma quando sei un campione devi sapere decidere il momento del tuo ritiro, magari in un anno dove puoi ottenere ancora ottimi risultati come nel mio caso. Quando ti viene a mancare lo stimolo, la voglia, la motivazione, tutto diventa più difficile, ti pesa tutto e così ho deciso di aprire un capitolo nuovo. A differenza di molti miei colleghi che hanno deciso di continuare a fare i maestri di sci oppure gestire un hotel, ho deciso di cambiare completamente lavoro e sono stato fortunato.

Suo figlio Andrea è campione italiano di nuoto oltre ad aver firmato il record europeo juniores. C’è la speranza di partecipare alle Olimpiadi Estive?

Quello è l’obiettivo di tutti, ma gli ho detto che non deve avere fretta perché deve crescere e forse non è un fuoriclasse, visto che quello lo si vede stravincere già a 17-18 anni, mentre c’è chi diventa bravo e forte a 21-22 anni. Lui sta crescendo lentamente che è giusto per un campione perché può avere più consapevolezza dei suoi mezzi, della sua forza, anche dello sviluppo fisico. La speranza è che già fra tre anni, a Los Angeles 2028, si possa raggiungere questo traguardo, ma bisogna muoversi passettino per passettino.