Spiragli diplomatici in Iran, ‘progressi’ per Teheran e Islamabad: Oman media su Hormuz

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(Adnkronos) –
Gli Stati Uniti non prendono in considerazione un nuovo attacco all'Iran, almeno per ora. Donald Trump punta sulla pressione economica per spingere Teheran al tavolo e, in questo modo, concede tempo ai mediatori. Il dialogo prosegue dietro le quinte e arrivano segnali incoraggianti, sebbene di portata limitata. "Estremamente proficua", in particolare, viene definita la visita a Teheran del capo dell'Esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. A fare il punto Mehdi Tabatabaei, numero due per le comunicazioni e l'informazione dell'ufficio del presidente iraniano, alimentando speranze di una fine del conflitto mentre i riflettori restano puntati sullo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti continuano a puntare sulla leva economica contro la Repubblica islamica. In un post su X Tabatabaei scrive di "risultati diplomatici di grande valore", che si vedranno "presto". Tutto dopo che il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha descritto come "molto positivo" e "produttivo" il faccia a faccia con Munir e il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, dedicato alle "tensioni in Medio Oriente", a misure per evitare un'ulteriore escalation tra Usa e Iran e arrivare alla "soluzione completa del conflitto". Naqvi ha scritto su X di "progressi significativi" con l'auspicio possa essere spianata la strada a "ulteriori progressi" per una "pace duratura nella regione". E i militari pakistani, ha riportato Geo News, hanno confermato che ci sono stati "colloqui approfonditi" anche sulla "riapertura dello Stretto di Hormuz" e per la "rapida fine del conflitto". Intanto a Islamabad (la capitale pakistana che ha dato il nome al memorandum di metà giugno tra Usa e Iran), come ha riferito il ministero degli Interni pakistano, Naqvi ha incontrato la numero due dell'ambasciata Usa, Natalie Baker. E a Teheran c'è stato l'incontro tra il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, e il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi. In cima all'agenda, la gestione dello Stretto di Hormuz. C'è chi parla di due binari paralleli, uno pakistano e uno omanita, che – a modo loro – si completerebbero. Ma non è una lettura che piace a Teheran. Lunedì, sintetizza la tv satellitare al-Jazeera, Munir ha passato la giornata tra i corridoi del potere a Teheran, dalla presidenza al Parlamento, dalle sedi dei ministeri di Esteri e Interni alle stanze del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Oltre a Pezeshkian, ha incontrato anche Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Majlis, negoziatore nei difficili colloqui tra Usa e Iran, e Mohsen Rezaei, nominato nei giorni scorsi a capo del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale dell'Iran dopo anni passati ai livelli più alti dell'apparato della sicurezza e della politica nella Repubblica islamica. E, secondo indiscrezioni confermate alla Cnn, Munir – noto per essere il "feldmaresciallo preferito" di Donald Trump – aveva parlato con il tycoon la scorsa settimana, proprio prima della missione a Islamabad. 
Nei giorni scorsi era stato il presidente iraniano ad affermare fosse "meglio porre fine alla guerra ora". Ma poco dopo il capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, il generale Ali Abdollahi, affermava che "qualsiasi errore di calcolo e qualsiasi minaccia, convenzionale o nuova, da parte dei nemici sarà affrontata con risposte rivoluzionarie, schiaccianti, deterrenti e devastanti". Poi ancora Pezeshkian riconosceva le difficoltà a livello economico per la Repubblica islamica.  
Da aprile, ricorda al-Jazeera, sono state otto le missioni note di Naqvi a Teheran. L'agenzia iraniana Tasnim cita una fonte vicina ai negoziatori iraniani per scrivere che la posizione e le condizioni dell'Iran riguardo lo Stretto di Hormuz sono state comunicate chiaramente tramite i mediatori pakistani e che, "a dispetto di quanto riportato da alcuni media", Munir "non ha portato minacce o messaggi del genere da parte degli Usa". Nei prossimi giorni a Bishkek, in Kirghizistan, potrebbero incontrarsi il presidente iraniano e il premier pakistano, Shehbaz Sharif, a margine del summit dei leader dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, che riunisce – con Iran, Pakistan e Kirghizistan – Cina, India, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, più osservatori e partner di dialogo. 
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