Crisi del calcio in Italia? Da noi non manca il talento, manca il sistema che lo accompagna. L’Atalanta insegna

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Per la terza volta consecutiva l’Italia resta fuori dai Mondiali: un dato storico che impone una riflessione seria e strutturale. Il dibattito pubblico si è rapidamente concentrato su una presunta responsabilità legata alla presenza di un numero eccessivo di giocatori stranieri nei campionati italiani. Una lettura riduttiva che non trova riscontro nei numeri, né nei modelli vincenti di altri paesi europei.

In Italia si contano oltre 1 milione di giovani tesserati nei vivai, con una quota crescente – tra il 25% e il 35% – di ragazzi con background migratorio o di seconda generazione. Un patrimonio che, se valorizzato, rappresenta una leva strategica e non un limite.

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Le associazioni AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (rete internazionale di informazione agenzia mondiale senza confini) e il Movimento Internazionale Uniti per Unire, con USEM, Unione Sportiva Euromediterranea, riflettono e analizzano il tema in chiave costruttiva, individuando nella crisi dei vivai e degli investimenti il vero nodo del sistema.

IL MODELLO EUROPEO: MULTICULTURALITÀ CHE VINCE. DA LAMINE YAMAL A KYLIAN MBAPPÉ – Le principali nazionali europee dimostrano che la multiculturalità è un fattore di forza: Francia, campione del mondo nel 2018, con una rosa fortemente composta da giocatori figli di immigrati e di seconda generazione; Belgio, una delle “generazioni d’oro” più competitive degli ultimi anni, costruita su talenti multiculturali; Inghilterra, finalista europeo e protagonista costante, con una base giovanile inclusiva e diversificata; Spagna, modello tecnico e organizzativo che integra sempre più profili di origine internazionale. Questi sistemi non hanno limitato l’apporto straniero, ma hanno investito su formazione, scouting e integrazione, trasformando la diversità in qualità tecnica e fisica.

ITALIA: IL PROBLEMA NON SONO I CALCIATORI STRANIERI NEI NOSTRI CAMPIONATI – Interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro esperti FNOMCEO e docente all’Università di Tor Vergata: «Attribuire la crisi del calcio italiano agli stranieri è un grave errore. I numeri europei dimostrano il contrario: la multiculturalità rafforza il sistema sportivo. Il vero problema è che in Italia si investe sempre meno nei vivai, nella formazione tecnica e nella crescita progressiva dei giovani. Non manca il talento, manca il sistema che lo accompagna».

ORIUNDI E SECONDE GENERAZIONI: UNA RISORSA STRATEGICA DA VALORIZZARE SULL’ESEMPIO DI ALTRI PAESI COME FRANCIA, SPAGNA, INGHILTERRA, BELGIO – «Dobbiamo valorizzare anche i giovani di origine straniera e gli oriundi se lo meritano. Sono italiani a tutti gli effetti e rappresentano una componente fondamentale del calcio di oggi e di domani», prosegue Aodi. Esempi concreti come Moise Kean, italianissimo, figlio di immigrati, oggi bomber di punta della nostra nazionale, dimostrano come i nuovi talenti possano unire fisicità, tecnica e identità plurale, contribuendo a elevare il livello competitivo della nazionale.

SPIRITO DI APPARTENENZA E GENERAZIONE SENZA MONDIALI – «L’83% delle comunità di origine straniera tifa per l’Italia, dopo il tifo per il loro paese d’origine, specialmente le nuove generazioni che sono profondamente legate alla Nazionale. Tanti di loro, non dimentichiamolo, sono italiani, sono nati qui, e per loro la nostra nazionale viene prima di tutto, al pari delle proprie radici. E proprio attraverso il tifo sviluppano un forte senso di appartenenza allo stato e alla società italiana. Per questo, come italiani e come cittadini di origine straniera, c’è grande dispiacere nel non vedere l’Italia ai Mondiali da ben dodici anni. Vuol dire che un’intera generazione non ha mai visto giocare la Nazionale a un Mondiale. Uno dei motivi per cui sono venuto in Italia da giovane è proprio questo: tifavo per l’Italia nel 1978 e poi abbiamo tutti tifato insieme nel 1982, probabilmente il Mondiale più ricco di fuoriclasse. Dopo, però, è iniziata una lenta discesa, con una progressiva scomparsa dei grandi talenti, che oggi incide anche sulla competitività della Nazionale, non solo in Italia ma a livello globale».

DAL CALCIO ECONOMICO ALLA NECESSITÀ DI UNA SVOLTA – «Uno dei motivi della crisi è un calcio sempre più economicizzato, un calcio in cui si guarda prima al business e al guadagno e poi ai giocatori. In più, sono davvero pochi i club, tranne alcune realtà come l’Atalanta in Italia, e poche altre esperienze internazionali, quelli che investono davvero nei vivai e nei settori giovanili. C’è poi un tema storico: il conflitto con le società più importanti, che spesso non vogliono cedere volentieri i propri giocatori alla Nazionale. Per anni, ad esempio, l’Inghilterra è stata la nazione più forte a livello di club, ma a livello di Nazionale non ha vinto e non ha prodotto risultati proporzionati. Questo dimostra che la forza dei club non garantisce automaticamente risultati della Nazionale. Non accettiamo quindi l’attacco spropositato ai giocatori stranieri, perché ricordiamo che l’ingresso di grandi campioni come Paulo Roberto Falcão e Michel Platini, insieme ad altri fuoriclasse, in passato ha reso il campionato italiano molto famoso nei nostri Paesi di origine. Prima di venire in Italia, negli anni ’80 e ’90, tutto il mondo arabo-africano seguiva soprattutto il calcio inglese, tedesco e spagnolo. Il calcio italiano ha iniziato a essere conosciuto proprio dopo l’arrivo di questi grandi giocatori. Per questo noi cittadini di origine straniera tifiamo per l’Italia e continueremo a tifare per l’Italia. Ma oggi serve una svolta: serve programmazione, serve investire nei giovani e serve coinvolgere i grandi campioni italiani che hanno fatto la storia della Nazionale per ricostruire il futuro».

RIPARTIRE DAI VIVAI: LA VERA PRIORITÀ – Le associazioni AMSI, UMEM, Co-mai, AISCNEWS e Uniti per Unire, con USEM, Unione Sportiva Euromediterranea, sottolineano alcuni punti chiave: rafforzare i settori giovanili e le scuole calcio, investire sulla formazione degli allenatori, creare percorsi meritocratici e continui, favorire inclusione e integrazione sportiva. Senza una base solida, nessun sistema può tornare competitivo.

SPORT E INTEGRAZIONE: UNA LEVA PER TORNARE A VINCERE – «Il calcio è anche integrazione sociale – conclude Aodi –. Unisce culture, storie e generazioni. L’Italia ha sempre vinto quando ha saputo rinnovarsi. Oggi deve farlo ancora, senza paura del cambiamento».

Le associazioni ribadiscono un concetto chiave: non servono capri espiatori, ma visione e programmazione. La strada è tracciata: una nazionale multiculturale, radicata nei vivai e aperta al talento, per tornare competitivi nel rispetto della tradizione e con uno sguardo al futuro. (Fonte: Uniti per unire)