Raffaele Palladino è giovane (classe 1984). Ha soltanto 42 anni e già vanta esperienze di allenatore di tre squadre in Serie A: Monza, Fiorentina e, ora, Atalanta. È stato chiamato a sostituire Ivan Juric in quanto l’allenatore croato non è riuscito a dare alla squadra quella fisionomia, ma soprattutto, quei risultati che la società sperava e che la rosa aveva potenzialmente in essere.
Con Palladino alla guida i nerazzurri hanno perso tre gare sulle dodici giocate. Presa la squadra al tredicesimo posto il mister l’ha portata al settimo e sta inseguendo il sogno europeo.
“Sono ambizioso – ha sempre detto Palladino – e voglio riportare l’Atalanta dove merita”. Che significa là in alto tra le prime della classe.
Ieri, contro il Torino, ha ottenuto la sua terza vittoria consecutiva e si è detto “molto soddisfatto della prestazione. I ragazzi scendono in campo con la mentalità giusta. Stiamo continuamente crescendo. Abbiamo ridotto il gap ma, ancora, non abbiamo fatto nulla”.
Palladino è consapevole che il percorso è lungo e tortuoso e che non ci si può permettere di fermarsi. Davanti corrono e dietro spingono. Chi si ferma perde il treno.
Ma qual è stato il segreto di allenatore che ha portato all’Atalanta? In una dichiarazione di ieri sera, in conferenza stampa post partita, si capisce quali sono i tasti su cui ha battuto sin dall’inizio. “Questo è un gruppo che nei primi mesi del campionato ha sofferto molto per via dei risultati che non arrivavano. Prima della gara ho fatto un discorso non ai calciatori, ma agli uomini”. Eccolo qui il segreto. Lui parla al cuore dei giocatori. Li considera uomini e non semplici numeri da inserire in un sistema di gioco.
“Questi ragazzi lavorano sodo. Chiedo molto in allenamento e loro rispondono alla perfezione. Mi sento un allenatore fortunato ad avere un gruppo così. Fra di noi si è creata un’alchimia che è qualcosa di unico”.
Palladino e i suoi giocatori sono un tutt’uno. Chi va in campo e chi siede in panchina con lui sono un unicum e il pubblico percepisce questo, anche quando alza la voce per richiamare i suoi giocatori in campo quando vede qualcosa che non va o che li sprona a dare quel qualcosa in più. Non a caso a fine partita il suo nome viene sempre inneggiato.
Lui, l’alchimista, non solo ha creato la giusta miscela tra la squadra, ma ha fatto breccia con i suoi elisir anche fra i tifosi. E che la sua storia a Bergamo, rimanga una storia di altrettanta lunghezza quanto quella se non di più di Gasperini con i risultati che merita.













