È la Classica delle foglie morte, l’ultima Monumento della stagione. Il palcoscenico su cui brilla il nuovo iride, ma anche quello ideale per l’ultima danza, prima di riporre la bici nel letargo invernale. È Il Lombardia, e già questo aiuta a comprenderne la grandezza. Per qualcuno, però, a tutto ciò si aggiunge una dimensione ulteriore, perché se il bello del ciclismo è che si riversa nelle strade e tra la gente, per alcuni quelle strade sono inevitabilmente casa e quella gente famiglia.
Per i bergamaschi, allora, Il Lombardia non può essere una corsa come tutte le altre. A poco meno di una settimana dall’edizione numero 120, abbiamo cercato di capire cosa rappresenti per chi su quelle strade è di casa e allora abbiamo raccolto le testimonianze di due ex professionisti bergamaschi: Wladimir Belli e Alessandro Vanotti. Due “enfants du pays”, due carriere da pro, due racconti diversi, che alternano la dimensione collettiva a quella individuale, ma che restituiscono il significato speciale di una Monumento vissuta sulle strade di casa.
Per Vanotti, il primo ricordo è legato alla natura popolare della corsa, capace di coinvolgere un’intera comunità, a partire dai più giovani. «Quando ero piccolo, Il Lombardia era già molto sentito, anche nelle scuole. Ricordo che passava il sabato mattina nelle nostre zone ai piedi della Roncola e che, con tutta la classe, uscivamo prima per andare a vedere il passaggio dei corridori: era una piccola giornata di festa».
Un legame che per Belli ha, invece, radici più personali. «Ho iniziato a correre da grandicello, a 17 anni, e da ragazzino non seguivo molto il ciclismo in televisione. Ricordo però l’emozione del mio primo Lombardia, la felicità di correre sulle strade di casa e il sogno di poter vincere un giorno quella corsa».
A entrambi abbiamo chiesto di ricordare un’edizione in particolare. Per Vanotti il pensiero va inevitabilmente al 2015, quando contribuì alla vittoria di Vincenzo Nibali, suo compagno di squadra. Anche allora la corsa partiva da Bergamo, un dettaglio tutt’altro che secondario per il Vano: «Il Lombardia è sempre una gara molto impegnativa, soprattutto per lo stress e la stanchezza di fine stagione. Ma per un bergamasco la partenza da Bergamo rende tutto più speciale: percorri i primi 100 km sulle strade di casa, conosci ogni strada, ogni incrocio, ogni tombino e la fatica quasi non la senti. Ricordo che scollinammo il Colle Gallo senza che me ne accorgessi: lì capii di stare bene».
Vanotti ci ha raccontato poi della sintonia con Nibali, del suo lavoro sulla salita del Ghisallo prima dell’attacco decisivo del campione siciliano negli ultimi chilometri della corsa. Nonostante il prezioso lavoro svolto, Vanotti riuscì a concludere la corsa, un aspetto non così scontato se si considera che degli oltre 200 partenti spesso sono meno della metà quelli che riescono a portare a termine una corsa così dura. «La partenza da Bergamo mi ha dato una carica in più, un’energia che mi ha accompagnato fino alla fine».
Di segno diverso, ma altrettanto intenso, il ricordo di Belli, che sceglie di tornare al Lombardia del 1998, quando l’arrivo era previsto proprio a Bergamo. A pochi chilometri dalla conclusione, Belli si trovava nel terzetto di testa insieme al campione del mondo Oscar Camenzind e all’olandese Michael Boogerd. La possibilità di giocarsi la vittoria sulle strade di casa era concreta, ma l’emozione finì per presentargli il conto. «A causa della troppa foga non mi alimentai a dovere, e sulla Forcella di Bura, ormai in Val Taleggio, a 5 km dallo scollinamento, andai in crisi di fame e mi staccai. Avrei potuto attraversare Sedrina, il mio paese, insieme al campione del mondo. Sarebbe stato un sogno per tutti, ma non ce l’ho fatta». Una delusione rimasta nella memoria, proprio perché legata alla possibilità di vivere un momento speciale tra la propria gente, ma anche questo è il ciclismo.
Esperienze personali diverse, che raccontano una passione radicata in un territorio dalla lunga tradizione ciclistica. Una storia che, per entrambi, ha un nome su tutti: Felice Gimondi. «È stato un grande campione, che ha lasciato un’impronta indelebile e portato il nome di Bergamo nel mondo – ricorda Vanotti –. Dopo di lui sono arrivati Belli, Gotti, Savoldelli e tanti altri, me compreso: generazioni di ciclisti bergamaschi che hanno contribuito a mantenere viva questa passione».
Una tradizione così importante porta però a interrogarsi anche su quanto venga riconosciuta e valorizzata. È la riflessione di Belli, maturata anche grazie a un carriera che lo ha portato a correre in tutto il mondo. «Abbiamo una storia ciclistica importante, ma forse a volte la diamo per scontata. Nelle Fiandre, ad esempio, ho trovato una cultura ciclistica molto forte, accompagnata da un grande rispetto per chi ha contribuito a rendere quel territorio leggendario in tutto il mondo, cosa che qui da noi non trovo tuttora».
Un patrimonio che merita di essere mantenuto vivo, non come un ricordo da custodire, ma come una tradizione capace di ispirare le nuove generazioni. Perché il valore del Lombardia, per Bergamo, non risiede soltanto negli ordini d’arrivo della corsa e nei campioni che ogni anno vi partecipano, ma anche e soprattutto nella passione di chi continua a viverla lungo le strade di casa. (Fonte: LDL COMeta)













