(Adnkronos) – Il mappamondo gira, non si ferma. E Vincenzo Alberto Annese, quella valigia, non ha nessuna intenzione di metterla da parte. "Adesso sono a Malabo, in Guinea Equatoriale. Il mio viaggio nel pallone riparte da qui". Nato a Bisceglie il 22 settembre 1984, oggi è il commissario tecnico nella nazionale della Guinea Equatoriale. Un'avventura che molti, senza conoscere la sua storia di allenatore giramondo, definirebbero esotica, se non estrema. "Il bello – racconta col sorriso all'Adnkronos – è che ho allenato in quattro continenti differenti, penso di essere l'unico italiano riuscito in un'impresa del genere". Già, perché il viaggio di Vincenzo è partito quasi quindici anni fa dai Paesi Baltici per arrivare in Armenia e quindi in Cina. Poi è passato per Ghana, Palestina, Indonesia, Kosovo, Belize, India, Nepal, Afghanistan e Burkina Faso, prima dell'avventura attuale sulla panchina della nazionale dell'Africa centrale.
Come inizia la carriera del ct Annese? "Come tanti ragazzi, ho provato a fare il calciatore e non è andata benissimo per una serie di infortuni. Ho giocato nella Primavera del Venezia, poi sono stato a Martina Franca. E a un certo punto, a 22 anni, ho detto 'Basta'. Ho cominciato l'università, mi sono laureato in Scienze motorie e ho cercato fin da subito di diventare allenatore. Con qualche lavoretto prima da preparatore atletico e poi da assistente".
Il suo viaggio è cominciato in Italia… "Nelle giovanili della Fidelis Andria, ho fatto un anno lì. Poi sono andato a Foggia e ho accelerato. Volevo fare il primo allenatore, ma in Italia, almeno fino a qualche tempo fa, ci voleva solo qualche santo in Paradiso. Oggi la situazione è migliorata. Anzi, tornando indietro ora, forse non mi sarebbe servito andare all'estero per un'opportunità".
Qual è stata la scintilla? "Ho avuto la prima vera chance in Lituania, con l'Alytus Dainava, il presidente era l'ex Lazio Giuseppe Greco. Lo incontrai in una premiazione e venne fuori la proposta. Andai lì come assistente nel 2014, rimanendo però poco tempo. Poi da lì andai a Saldus, in Lettonia. E dopo la salvezza in Estonia, con il Paide. Quindi l'Armenia, guidai la nazionale Under 17 e poi l'Under 19".
Poi è arrivata la Cina. "Un'offerta impossibile da rifiutare in quel momento. Era il periodo del boom del calcio cinese. Nike creò delle accademie per formare nuovi tecnici, mi chiamarono a fare il mentor. Una bella esperienza, durata 8 mesi".
E poi? "Arrivò un'offerta dal Beckhem United. Ghana. Era il 2016, in quel periodo la loro Premier League era tanta roba. Mi calai in una bella realtà. Vincemmo la Coppa, riuscii a togliermi le prime vere soddisfazioni. E realizzai anche uno dei miei sogni".
Quale? "Amo i leoni, da sempre. E non facevo che ripetere al mio assistente di volerli vedere. Un giorno, dopo una partita vinta 1-0, mi fecero scendere dal bus e mi fecero avvicinare a tre leoncini. Li accarezzai come fossero gattini, un momento bellissimo. Volevano anche regalarmeli, cercai di spiegare che sarebbe stato un po' complicato gestirli…".
Chiusa quell'esperienza, andò in Palestina… "All' Ahli Al-Khalil. Vinsi la Coppa nazionale, perdendo la Supercoppa. Andai anche a Gaza. Per quel che ho toccato con mano, allora non c'era tutto l'astio che si racconta oggi. I palestinesi sono persone straordinarie. Hanno grande cultura e mentalità. E fanno un tifo pazzesco".
Nel suo curriculum c'è poi l'Indonesia con il Semarang. "Isola di Giava, atmosfera da film. Una volta, dopo una partita vinta fuori casa, mi toccò restare allo stadio per le 24 ore successive. I tifosi volevano assalirci. Lì, c'è un calore pazzesco, a ogni allenamento venivano a vederci 4-5mila persone. Il calcio è una religione e facevo fatica anche ad andare in giro. Se sui social i tifosi capivano che mi stavo muovendo, potevano pure bloccare un aeroporto. Non voglio esagerare, ma lì ero come Mourinho. Qualche tempo dopo mi proposero anche alla Nazionale indonesiana, scelsero il ct in una rosa di candidati in cui era presente anche Gullit".
Tappa successiva il Liria, in Kosovo. Come andò? "Rifondai la squadra, pescando tanti giocatori in giro per il mondo. Andammo a fare una bella preparazione a Durazzo, presupposti interessanti. Partimmo con una vittoria, una sconfitta e un pareggio. Nemmeno tanto male, ma cambiò il presidente della Federazione e mi mandarono via. La squadra poi retrocesse, ma sono convinto che con me sarebbe arrivata la salvezza. Era un gruppo molto valido, ma inutile ripensarci…".
Quindi il Belize, Mar dei Caraibi… "Un agente centroamericano mi parlò di alcune nazionali a caccia di un nuovo ct. Mi disse di quest'opportunità e non ci pensai due volte, è un posto stratosferico con delle spiagge bellissime. Ha presente 'La Isla Bonita' di Madonna? Ecco, è il Belize quell'isola tropicale da sogno".
Com'era la vita? "Una figata, a mani basse l'esperienza più bella. Dopo gli allenamenti si andava in spiaggia e non esisteva lo stress. Anche perché, in quel paradiso, come fai a essere stressato? A volte, per la troppa tranquillità, la pressione dovevo crearmela io per stare sul pezzo. Giocavamo le partite e poi, per scaricare, andavamo diretti a tuffarci in mare, circondati da squaletti. Era la nostra crioterapia, anche perché lì l'acqua è abbastanza fredda".
La cartolina successiva dall'India… "Durante l'esperienza con il Belize ci fu la pandemia. Il Covid bloccò tutto, si fermò anche il calcio e decisi di cambiare, nonostante lì non mi mancasse davvero nulla. Venne fuori l'opportunità dell'India e ci andai per continuare a crescere".
E come andò? "Ho solo bei ricordi. Con il Gokulam Kerala vincemmo subito, per due anni di fila dominammo il campionato. Partecipammo alla Coppa d'Asia battendo una sfilza di record. Avevamo a disposizione tutto per lavorare bene, il presidente della squadra è il famoso produttore cinematografico Gokulam Gopalan. Diciamo che c'era grande disponibilità economica, non mancavano risorse. Lì notai un grande rispetto, i ragazzi seguivano ogni cosa che dicevo. Poi andai ad allenare il NorthEast United, prendendo la squadra in corsa. Non andò benissimo".
Nel 2023 ecco la chiamata della nazionale del Nepal… "Penso di aver fatto crescere molto il gruppo nei miei due anni e mezzo. Ho selezionato giocatori da tutte le parti del Paese, convocando addirittura il capitano della nazionale di calcio a 5, Mani Kumar Lama. Con me è diventato un giocatore di calcio a undici".
Lì però non si è fermato al pallone… "Ho scalato la parte media del Monte Everest. Un'impresa sfidante, ma divertente. Ho legato con quei ragazzi anche così, facendo cose che potessero unirci. Negli ultimi vent'anni sono l'unico ct rimasto per due anni su quella panchina. Non penso sia un caso…".
Poi ha allenato l'Afghanistan… "Ma è stata un'esperienza di pochi mesi. È arrivata subito la proposta del Burkina Faso e non potevo dire di no, mi avevano contattato per allenare la squadra durante la Coppa d'Africa. La proposta economica era importante e ho avuto modo di misurarmi con giocatori forti come Tapsoba, oggi al Leverkusen, o Dango Ouattara, attaccante del Brentford. Volevo alzare il mio livello e penso di esserci riuscito anche lavorando con giocatori di un certo tipo. La collaborazione poi si è interrotta per motivi diversi, ma ci siamo lasciati bene".
Ed è arrivata subito la proposta della Guinea Equatoriale… "Anche qui alleno giocatori importanti, come Coco del Torino. Spero si possa fare sempre meglio, c'è voglia di fare bene".
Intanto, ha scritto un libro… "L'allenatore del mondo (Feltrinelli). Mi sono divertito e ho raccontato come il calcio mi ha permesso di incontrare il mondo. Vorrei riprendermi, da allenatore, ciò che gli infortuni mi hanno negato da giocatore".
Ci ha raccontato il suo percorso, ma come si entra in un giro di opportunità di questo tipo? "Devi vincere, c'è poco da fare. Io ho avuto la fortuna di vincere in Africa, in Asia e di essere competitivo in tutte le nazioni in cui sono stato a lavorare. È il mio biglietto da visita, anche perché non ho una grande carriera da calciatore alle spalle".
Ma con tutte queste esperienze all'estero ha anche preso una laurea in lingue? "Comunicare bene non è sempre facile (sorride). Io ho cominciato con l'inglese, poi ho imparato il russo tra Armenia, Lituania e Lettonia. L'armeno un po' lo conosco, ogni tanto lì mi capita di tornarci perché ho casa. Poi so lo spagnolo, il portoghese e ho imparato il francese in Burkina Faso".
Le piacerebbe di più coronare questo suo percorso da giramondo trascinando una nazionale ai Mondiali o tornando in Italia per allenare in Serie A? "Portare la Guinea Equatoriale ai Mondiali sarebbe il top, ma penso che entrambe le cose siano fattibili. Io in Serie A mi ci vedo, senza presunzione. E mi vedo anche come ct capace di portare una nazionale ai Mondiali, ci penso ogni giorno e ci credo. Scegliere l'uno o l'altro sarebbe però riduttivo. Abbiamo solo una vita, bisogna sempre sognare al massimo".
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