(Adnkronos) – Da Evian ad Ankara. Dopo il G7 francese, che ha segnato una delle fratture più evidenti tra l’inquilino della Casa Bianca e quella di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ritrova Donald Trump in occasione del summit Nato del 7 e 8 luglio. E questa volta il coefficiente di difficoltà sale di livello: se il vertice transalpino era caratterizzato dai malumori del tycoon per lo scarso (a suo dire) aiuto dei partner europei nel dossier iraniano, questa volta è il tema delle spese militari – grande pallino del presidente Usa – a creare allerta, a un anno dal vertice dell'Aja dove l'Italia ha sottoscritto l'impegno ad aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035. Una traiettoria che il governo italiano, a pochi giorni dal summit in casa di Erdogan, intende rispettare. Pur con tutti gli ostacoli – di bilancio e non – che si presenteranno lungo il percorso. A Palazzo Chigi, tuttavia, provano a spostare il baricentro del vertice. L'obiettivo è evitare che Ankara venga raccontata come il summit delle percentuali e della corsa agli armamenti, insistendo invece su un concetto di sicurezza molto più ampio rispetto al passato. Secondo fonti diplomatiche, il cuore politico dell'appuntamento sarà proprio questo cambio di paradigma: sotto l'ombrello Nato rientrano ormai la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la cybersicurezza, la tutela delle catene di approvvigionamento, la protezione delle frontiere e la capacità di risposta alle emergenze. È questa evoluzione, spiegano le stesse fonti, che ha consentito all'Alleanza di articolare il nuovo obiettivo del 5% distinguendo tra la spesa strettamente militare e quella destinata più in generale alla sicurezza.
Roma si presenterà al summit rivendicando di aver già imboccato quella strada. Fonti italiane ricordano che il dato che Meloni porterà al tavolo è pari al 2,8% del Pil, composto per il 2,09% dalle spese "core" per la difesa e per lo 0,71% da investimenti nel nuovo perimetro della sicurezza, che comprendono circa 15 miliardi di euro destinati alla sicurezza energetica, alla cybersicurezza e alla protezione delle frontiere. Una quota destinata ad aumentare progressivamente negli anni, senza però accelerazioni immediate verso il tetto massimo dell'1,5% previsto dal nuovo schema. Da qui anche un'altra precisazione che, nelle ultime ore, Palazzo Chigi considera decisiva. Secondo chi lavora al dossier, continua infatti a esserci confusione tra il nuovo target Nato e il programma europeo Safe. Il governo insiste invece nel tenere nettamente separati i due piani: il primo riguarda gli obiettivi di spesa dell'Alleanza, il secondo è uno strumento finanziario dell'Unione europea attraverso cui gli Stati potranno eventualmente finanziare investimenti nella difesa. Per questo, assicurano le stesse fonti, il tema Safe non entrerà nel dibattito del vertice di Ankara.
L'altro dossier inevitabilmente destinato a monopolizzare la discussione è quello ucraino. La dichiarazione finale, già concordata dagli Alleati, ribadirà il sostegno a Kiev e la necessità di mantenere alta la pressione sulla Russia. Nel corso del negoziato, tuttavia, l'Italia avrebbe sostenuto una linea leggermente diversa rispetto a quella prevalsa nell'Alleanza, preferendo confermare gli impegni di sostegno su base annuale anziché fissare da subito un orizzonte biennale, nella convinzione che una scansione anno per anno lasci maggiore spazio anche all'evoluzione del negoziato politico. Alla fine ha prevalso la posizione della maggioranza dei partner, anche in parallelo con il programma biennale di assistenza definito in sede europea.
Sul tavolo resterà anche il nuovo contributo Nato a favore dell'Ucraina, confermato nella misura di 40 miliardi di euro. Dall'esecutivo sottolineano però che si tratterà di contributi volontari e non di quote obbligatorie per i singoli Paesi. L'Italia, viene spiegato, continuerà inoltre a concentrare una parte rilevante del proprio sostegno sul settore energetico, ritenuto altrettanto strategico quanto l'assistenza militare per garantire il funzionamento del Paese. Roma non considera archiviata neppure la proposta avanzata nei mesi scorsi di estendere all'Ucraina garanzie di sicurezza analoghe a quelle previste dall'articolo 5 della Nato, pur senza una sua immediata adesione all'Alleanza. Il negoziato è oggi fermo, ma quella continua a essere considerata una possibile base di lavoro nel momento in cui dovessero riaprirsi spazi per una trattativa. Accanto all'Est, l'Italia punta poi a riportare al centro il Mediterraneo. Gli sherpa del vertice rivendicano di essere riuscite a far inserire nelle conclusioni un nuovo riferimento al fianco Sud, con il riconoscimento che le minacce provenienti da quell'area richiedono un'attenzione analoga a quelle che gravano sul fronte orientale. È una delle priorità che Meloni condivide anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, con il quale ha avuto oggi una conversazione telefonica preparatoria in vista del summit. Palazzo Chigi ha riferito che i due leader hanno riaffermato l'impegno comune per il rafforzamento del rapporto transatlantico e della difesa comune all'interno della Nato, richiamando l'importanza del fianco Sud. Il colloquio ha inoltre consentito uno scambio sulla Libia, compresa la cooperazione nel contrasto ai flussi migratori irregolari e al traffico di esseri umani, in vista dell'incontro bilaterale previsto ad Ankara la prossima settimana. Proprio la Libia rappresenta uno dei dossier sui quali Roma e Ankara stanno rafforzando il coordinamento. Il governo respinge però l'idea che vi sia un cambio di linea italiano dopo le recenti iniziative statunitensi: l'obiettivo resta quello sostenuto insieme alle Nazioni Unite, vale a dire favorire un percorso di unificazione del Paese coinvolgendo tutti gli attori regionali interessati.
Grande incognita sarà inevitabilmente Trump. Ma anche su questo fronte Palazzo Chigi sceglie di abbassare i toni. Secondo Roma, il progressivo riequilibrio dell'impegno strategico americano verso l'Indo-Pacifico non nasce con l'attuale presidente, bensì rappresenta una tendenza avviata da anni, già sotto le amministrazioni Obama e Biden. Ankara sarà dunque anche il summit dello "shifting", cioè del graduale rafforzamento del pilastro europeo dell'Alleanza. Un processo che, nelle intenzioni italiane, non va però letto come il preludio a un disimpegno americano dalla Nato. Washington, viene osservato, resta il perno indispensabile dell'Alleanza atlantica e immaginare una Nato senza gli Stati Uniti continua a essere considerato uno scenario irrealistico. A conferma della volontà di evitare tensioni, al momento non è previsto un incontro bilaterale tra Meloni e Trump. I due leader condivideranno gli stessi lavori per due giorni, ma secondo fonti italiane non figura in agenda alcun faccia a faccia dedicato. Tra i temi destinati a occupare spazio in Turchia ci sarà infine anche il rafforzamento dell'industria della difesa. Prima dell'avvio dei lavori politici è previsto un confronto tra le principali aziende del settore per discutere come adeguare capacità produttive e tecnologie alle nuove esigenze operative, in uno scenario in cui sistemi relativamente economici come i droni riescono sempre più spesso a neutralizzare piattaforme militari tradizionali molto più costose. Un altro segnale, nelle intenzioni degli Alleati, che la sfida non riguarda più soltanto quanto spendere, ma soprattutto come spendere. (di Antonio Atte)
—politicawebinfo@adnkronos.com (Web Info)













