Bergamo a Cinque Cerchi, il doppio sogno di Renato Pasini: “Ho affrontato un’Olimpiade con mio fratello, spero di trasmettere la mia passione alle ragazze della Nazionale”

L'atleta di Valgoglio ha preso parte ai Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006 e Vancouver 2010 ottenendo un ottavo posto nella team sprint

18

Renato Pasini non ha semplicemente vissuto un’esperienza olimpica, ma piuttosto ha piuttosto vissuto un sogno accompagnato dal fratello Fabio.

Una passione che ha coinvolto una famiglia intera e che ha permesso al fondista di Valgoglio di partecipare sia a Torino 2006 che a Vancouver 2010, il tutto inframmezzato da un titolo mondiale nella sprint a coppie con Christian Zorzi e a due vittorie in Coppa del Mondo di sci di fondo.

forbes

A distanza di anni, Renato Pasini guarda con gioia a quell’esperienza, ma soprattutto trasmette alle ragazze della Nazionale di sci di fondo Milano-Cortina 2026 con l’obiettivo di riportare in alto il settore femminile italiano.

Ci racconta la sua esperienza alle Olimpiadi di Torino 2006?

Ho avuto la fortuna di partecipare a queste due Olimpiadi, poi è chiaro che, avendo fatto cinque Mondiali e varie gare di Coppa del Mondo, era quasi la normalità. Chiaramente bisognava qualificarsi, ma quando eri nel loop della Coppa del Mondo, non ci pensavi così tanto. Però senti che quando arrivi lì, percepisci quell’energia, quella vibrazione diversa rispetto a una gara di Coppa del Mondo e, quando sei lì, quella cosa ti fa capire che è una gara diversa dalle solite. A Torino giocavamo in casa come quest’anno, tuttavia non abbiamo potuto partecipare alla Cerimonia d’Apertura perché avevamo un test di qualificazione per la team sprint il giorno dopo e il villaggio olimpico era al Sestriere. Noi gareggiando un po’ in quota, abbiamo preferito con i tecnici affittare una casa privata a Pragelato, non vivendo però quel clima olimpico che si percepisce nel Villaggio. Eravamo con un cuoco nostro, stavamo un po’ in autogestione, però quando arrivavi allo stadio, lì capivi che si trattava dell’Olimpiade. Da lì ho fatto la sprint e avrei voluto fare anche la team sprint, ma dopo il test hanno preferito far gareggiare Freddy Schwienbacher e Giorgio Di Centa. E’ stata comunque una grande emozione perché nostro padre ci ha sempre trasmesso lo spirito olimpico, sottolineando che è l’evento clou. Lì a Torino c’era lui, mia mamma e mio fratello Fabio quindi è stata un’emozione importante. 

Com’è stato invece a Vancouver 2010 dove era presente anche suo fratello Fabio?
E’ stata un’Olimpiade vera perché eravamo al Villaggio Olimpico in Canada, con tanto di cerimonia d’apertura che ha visto Giorgio Di Centa come porta bandiera. Una grande emozione visto che anche lui era un fondista, due ori a Torino 2006. Fra le gare abbiamo fatto sia la team sprint che la gara individuale con mio fratello che ha rappresentato una somma di emozioni. Sono arrivati i nostri genitori, i nostri parenti, i loro figli per seguirci in Canada. Un qualcosa di indimenticabile che rimane impresso nell’anima e che adesso cerco di trasmettere ai miei figli e agli atleti che seguo perché l’Olimpiade ha un fascino particolare. 
Cosa si prova a gareggiare al fianco del proprio fratello?
Lo sci di fondo è in sostanza uno sport individuale, anche in staffetta si va alla fine sempre da soli. Tuttavia allenarsi sempre in squadra ti dà qualcosa in più perché siamo più di duecento giorni l’anno insieme ai nostri compagni e avere il proprio fratello in squadra, peraltro anche nella stessa gara, è stato qualcosa stimolante ed emozionante. Nella sprint alla fine abbiamo pensato a qualificarci, poi sapevamo che in qualsiasi caso ci sarebbe stato tuo fratello se non fosse andata come si volesse. Chiaramente se mi fossi trovato in finale con mio fratello sarebbe stato il top, ma in classico sarebbe stato veramente difficile perché non ti inventi nulla. 

Le Olimpiadi non sono arrivate nel momento sbagliato della sua carriera considerato che, a cavallo fra l’una e l’altra, ha vinto un titolo mondiale in team sprint e due gare di Coppa del Mondo?

Sì, nel 2009 ho avuto la stagione migliore della mia carriera. Sono arrivato secondo nella classifica di Coppa del Mondo di sprint dietro Ola Vigen Hattestad che ha vinto quasi tutte le gare e aveva fatto diversi podi. L’anno dopo c’era la stagione olimpica, ero carico, ma a fine agosto sono caduto sugli skiroll e mi è uscita la spalla. Ho dovuto far un mese con l’articolazione bloccata e poi un mese di riabilitazione. Ho ricominciato a usare i bastoni a novembre saltando le prime gare di Coppa del Mondo, quindi sono rientrato a fine dicembre e sono arrivato alle Olimpiadi comunque preparato, ma ho sofferto un po’ l’infortunio. Diciamo che non avrei ottenuto dei risultati migliori o differenti rispetto a quelle che sono arrivati visto che nella team sprint ci siamo presentati con Christian Zorzi come campioni del mondo uscenti, ma sulla carta sapevamo che c’erano almeno altre squadre che potevamo giocarci qualcosa, ma era difficile andar a medaglia. C’era la Norvegia con Petter Northug, una Svezia imbattibile, la Russia con due fenomeni ed entrare nei primi cinque sarebbe stato complicato. Purtroppo abbiamo avuto problemi con i materiali perché prima faceva freddo, infatti Pietro Piller Cottrer è arrivato secondo nella 15 chilometri alle spalle di Dario Cologna, poi è arrivato il vento oceanico, l’umidità, la neve è cambiata e con i materiali abbiamo iniziato ad arrancare. Per dire, nello stesso giorno, nella stessa gara, Arianna Follis al femminile ha preso il cambio all’ultima frazione con dieci metri dalla Russia. Era più forte, ma non è riuscita a superare l’avversaria ed è arrivata alla stessa distanza. Al di là dell’infortunio, per quell’Olimpiade c’è il rammarico che sono arrivato con quell’infortunio che, senza, magari ci avrebbe portato nei primi cinque. Per la medaglia serviva aver grande fortuna a differenza di Sapporo tre anni prima dove Zorzi era più performante, io stavo meglio e avevamo degli sci particolarmente performanti sulla neve bagnata. Abbiamo così vinto l’oro, ma va bene così per com’è andata l’Olimpiade 

Qual era il rapporto con Christian Zorzi?

Zorro è del 1972, io sono del 1977 quindi abbiamo cinque anni di differenza. Lui è arrivato in Nazionale molto prima di me, ha vinto più di me e quando sono arrivato in squadra, lui era un esempio, colui che guardavo per copiare e rubare dei segreti. Lui era forte anche nelle gare distance dove ha fatto dei podi, però nelle sprint dominava e, quando mi sono affacciato in quel contesto, cercavo di guardarlo e copiarlo per migliorarmi. Quando sono arrivato in squadra, ho sempre avuto un buon rapporto con lui perché, insieme a mio fratello o a Valerio Checchi, giocavamo a scopa e lui e Di Centa erano la coppia da battere. Zorro è un goliardico, è sempre stato brillante, senza peli sulla lingua. Se io magari non riesco a contare fino a dieci, anche a cinque, prima di parlare, lui nemmeno conta e dice quello che sente. A volte in carriera avrebbe magari dovuto pensare prima di esprimersi, ma preferisco le persone come lui, che ti dicono le come stanno. A livello sportivo sono sempre andato d’accordo con lui perché è simpatico, con lui si può ridere e scherzare, ma quando c’era da mettere giù la testa e soffrire, non si è mai tirato indietro. Non si è mai tirato indietro, ha fatto anche delle 50 chilometri in carriera e, per esempio, a Torino 2006 è partito con dieci secondi di vantaggio sugli altri nell’ultima frazione e non è stato più ripreso, anzi, incrementando il tutto. Lui è rimasto poi in Guardia di Finanza facendo l’istruttore e, nel tempo libero, svolgendo anche il ruolo di skiman. E’ stato anche skiman della Nazionale B e ora andrà alle Olimpiadi seguendo l’andorrana Gina Del Rio.

Come allenatore della squadra nazionale femminile Milano-Cortina 2026, ci può indicare qualche giovane italiana che potrebbe brillare in futuro?

Sono sette stagioni che seguo la squadra B femminile e sono contento del lavoro che abbiamo fatto. E’ difficile perché la squadra B vede delle giovani che arrivano dalla categoria junior e penso sia il passaggio più difficile della carriera per un fondista perché magari fra i giovani ottieni anche risultati buoni, ma ti confronti sempre con atleti che al massimo hanno un anno in più della tua età. Se invece poi passi Under 23, ti confronti anche con atleti Senior che hanno più esperienza di te, anche 7/8 anni in più di te. Così da junior, se fai male una gara, arrivi nei primi dieci, da senior magari fatichi ad arrivare nei primi trenta. E quando la cosa si ripete a lungo, diventa difficile da assimilare questo aspetto. Per un fondista italiano, il completo sviluppo arriva fra i 26 e i 30 anni, quindi nei primi anni è più complicato. Se guardiamo poi chi è andato a medaglia ai Mondiali Junior, posso dire che possiamo riporre ottime speranze su atlete come Iris De Martin Pinter o Maria Gismondi o Nadine Laurent. Sono nomi che magari possono arrivare fra due o tre anni, però per arrivare ai vertici della Coppa del Mondo ci sono vari passaggi da fare e non è facile dire chi arriverà in alto. Devo comunque ringraziare la Federazione che mi ha messo a disposizione uno staff visto che mi piace lavorare con varie professionalità. Ognuno mette in campo le proprie conoscenze, dal fisioterapista allo psicologo passando per il medico, l’allenatore e l’aiuto allenatore. Una cosa difficile per la squadra B, che ho constatato in questi sette anni, è che non abbiamo a disposizione le ragazze per almeno tre o quattro anni. Non avendo, a differenza del biathlon, atlete di spessore come Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer che tolgono la pressione alle altre, appena un’atleta della squadra B fa bene, viene subito portata in squadra A non riuscendo a completare il percorso previsto. Chiaramente la squadra B è una squadra di passaggio, per cui se arrivano in Coppa del Mondo, per noi fa solo piacere. 

Non avete mai pensato di portare le ragazze ad affrontare le gare in Scandinavia per confrontarvi con le altre nazioni?

Anni fa lo si portavano in primavera per fare alcune gare in Svezia, ma purtroppo il budget è quello che è. A livello organizzativo si è deciso di dividere le gare su vari circuiti come Scandinavian Cup, FESA Cup e la Coppa dell’Est Europa con i russi e i vari paesi dell’Est, mentre ci confrontiamo con gli altri ai Mondiali Junior e Under 23. Secondo me a fare la differenza non è tanto il confronto, ma lo sviluppo precoce che avviene fra gli atleti scandinavi. Loro raggiungono il top delle prestazioni già a 21/22 anni, ma secondo me è un dato che emerge dalla base che presentano. Se noi fra gli junior abbiamo 100 ragazzi che si presentano ai Campionati Italiani, in Norvegia ne hanno mille. Di conseguenza la competitività aumenta e questo li stimola ancor di più, al tempo stesso può essere che smettono prima. Io penso a Per Elofsson che aveva la mia età, ha vinto i Campionati Mondiali Juniores con due minuti su tutti gli altri, è passato senior a giovanissimo e a ventiquattro anni ha vinto la Coppa del Mondo generale. Nel 2002 ha fatto le Olimpiadi a Salt Lake City, ma poi ha smesso a venticinque anni. Lo stesso accade anche in Russia dove tutti sono fan del fondo e la base è decisamente più larga. Chiaramente se partite con mille, arriverai ad averne di più, se parti con meno, rischi di arrivare con due o tre. Poi ci sono ragazzi che scelgono per scelta personale di trasferirsi lì e studiare nel Nord Europa come Stefania Corradini, ma non è la stessa cosa. Per i tecnici salire con gli atleti al Nord sarebbe importante, in Norvegia da un po’ di anni organizzano, a spese loro, un raduno per cinque o sei giorni con atleti delle altre nazioni e un tecnico maschile e uno femminile. Purtroppo salire per più tempo è difficile perché bisogna far i conti sempre con i costi. E’ un po’ come il calcio, in Serie A giocano quelle maggiori e viaggiano per tutta Italia, in Serie C i costi devono essere più contenuti e quindi si gioca in gironi anche con regioni vicine. Lo stesso si è fatto con il fondo e per questo si è creata la FESA Cup. 

C’è in futuro la possibilità di riavere un gruppo femminile al livello di quanto visto con Arianna Follis, Marianna Longa e Magda Genuin?
Serve avere una continuità di giovani bravi che ogni uno o due anni, come accadeva all’epoca, possano arrivare alla ribalta. Così si potrebbe creare un gruppo come è sempre accaduto. Per esempio Follis ha dovuto farsi 4/5 anni in squadra B perché c’erano atleti come Paruzzi, Valbusa, Di Centa, Belmondo che vincevano e facevano podi. Così pian piano ha avuto modo di crescere e arrivare in alto. Così facendo si può arrivare a ottenere tutto ciò.