Quando Michela Angeloni ripensa alle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, le vengono le lacrime agli occhi.
L’atleta di Zanica ricorda quell’esperienza come una delle più belle della carriera tanto che non ha mai smesso di giocare a hockey sul ghiaccio.
A distanza di vent’anni Michela Angeloni ricorda perfettamente quei momenti e non vede l’ora che l’Italia possa ripresentarsi ai Giochi con la speranza di fare meglio.
Com’è stata la sua esperienza alle Olimpiadi Invernali di Torino 2006?
E’ stata un’esperienza stupenda, che se potessi tornare indietro rifarei subito, più che altro perché l’hockey è stata sempre tutta la mia vita e quindi quello è stato un sogno che si realizzava. Un vero e proprio dono perché l’Italia non era così forte all’epoca da qualificarsi a un’Olimpiade e, essendo in casa, abbiamo ottenuto automaticamente il pass. All’epoca non abbiamo fatto chissà che figura visto che siamo arrivate ultime perdendole tutte, però rimane comunque un’esperienza stupenda.
Com’è stato sfilare davanti al proprio pubblico nella Cerimonia d’Apertura?
Com’è arrivata all’hockey visto che a Bergamo non c’è una tradizione così profonda?
Io sono cresciuta a Zanica e lì all’epoca c’era un Palazzetto del Ghiaccio. Mia sorella già pattinava quando sono nata, così ho provato con l’artistico, dopo un anno ho capito che non faceva per me. Così ho iniziato a giocare a hockey con i ragazzi e da lì non più smesso tanto che gioco tutt’ora.
Quanto le è pesato doversi trasferire in un’altra città per giocare o in Svizzera come le è accaduto?
Tutte le esperienze le ho fatte da pendolare, vivendo sempre a Bergamo, tanto che a sedici anni, quando ho deciso di andare a giocare a Lugano, i miei genitori mi portavano ad allenarmi e poi la sera mi riportavano a casa perché dovevo andare a scuola. Ho giocato anche dopo le Olimpiadi per dieci anni con le Bolzano Eagles, ma comunque facevo sempre avanti e indietro. Purtroppo ho sempre fatto tanti sacrifici e uno di questi era anche viaggiare motlo.
Oltre alle Olimpiadi, c’è un’esperienza con la Nazionale che l’ha segnata?
Oltre che sul ghiaccio, ho giocato anche nell’hockey inline, mentre negli ultimi dieci anni gioco anche nel roller derby. Ho così disputato una decina di Mondiali fra tutto giocando in Corea del Nord, Nuova Zelanda e lo scorso anno ho giocato anche i Mondiali Master. Non posso lamentarmi, perché di fatto sono sempre in giro.
Quanto è cambiato l’hockey dopo vent’anni?
Purtroppo il livello del campionato in Italia non è cambiato molto. Ci sono sempre pochissime squadre e ci sono molte ragazze più piccole che crescono nelle giovanili maschili, anche se hanno sicuramente più spazio di quando giocavo io che non avevo possibilità perché ero la più piccola. A livello mondiale l’hockey femminile è cresciuto molto, così che tante ragazze di talento possono andare all’estero e crescere ancor di più. Di fatto la maggior parte delle ragazze che gioca ora in Nazionale milita in campionati esteri come Stati Uniti, Svezia e Finlandia che sono decisamente più competitivi. Vent’anni fa eravamo tutte italiane, non c’erano atlete naturalizzate in Nazionale, perché il nostro allenatore non voleva. Devo dirgli grazie perché altrimenti magari non avrei potuto far parte di quella Nazionale.
Cosa servirebbe per far crescere l’hockey in Italia?
Prima di tutto servirebbe avere dei palazzetti dove poter giocare visto che, per esempio, a Milano la situazione è drammatica. Non esiste una pista dove poter giocare tanto che la squadra di Milano-Varese dove giocavo lo scorso anno non ha potuto più costruire una formazione quest’anno perché la pista di Sesto San Giovanni non ha più spazio. Ci siamo così trasferite a Torino e la maggior parte è andata a giocare lì nella speranza che il prossimo anno costruiscano una squadra più vicina perché molte ragazze vogliono giocare, ma non hanno spazio e non ci sono sponsor che investono in questo sport.













