di Marco Locatelli
Sabato 14 marzo annuale rendezvous della Commissione medico-scientifica Studi e Ricerche della Federazione Pugilistica Italiana del Coni all’Istituto clinico di San Pellegrino Terme, promossa come da tradizione dal dottor Giampietro Salvi, neurologo e presidente del Comitato Coppa Angelo Quarenghi e dell’Associazione Genesis.
Il gruppo, composto da alcuni dei migliori medici sportivi a livello nazionale e internazionale, si riunisce dal 2021 con l’obiettivo di studiare e promuovere nuove metodologie e ricerche nell’ambito della medicina sportiva, declinata ovviamente nel mondo della boxe (ma non solo). Focus di quest’anno: regolamentare in modo chiaro e responsabile l’accesso alla pratica sportiva della boxe, a tutti i livelli, per le persone con diabete di tipo 1 o di tipo 2.
“La partecipazione alla Milano San Remo di una squadra di ciclisti diabetici mostra come questa malattia, se correttamente gestita può essere compatibile con l’attività sportiva – evidenzia il professor Giampietro Salvi neurologo presso l’istituto Clinico Quarenghi -. Un numero sempre maggiore di persone con diabete fanno sport anche da contatto come la boxe, migliorando così l’equilibrio e la coordinazione, soprattutto quando sono presenti disturbi di postura e movimento. Per svolgere questa attività sportiva, anche se di tipo ludico ricreativa, è di fondamentale importanza mantenere un buon controllo della glicemia, dell’alimentazione e idratazione, dei farmaci e per maggior sicurezza è bene mentre si fa attività sportiva di stare in compagnia. Lo sport è un potente strumento di inclusione per queste persone, favorendo la socializzazione, riducendo lo stato di stress ed ansia, aumentando la fiducia in se stessi. Pertanto, il dualismo sport e diabete è possibile e al quanto auspicabile“.
“L’idoneità nello sport per le persone affette da diabete – spiega il prof. Mario Ireneo Sturla, presidente della Commissione, ma anche numero uno della Commissione medica europea di boxe EBU e D-Chairman della Commissione medica mondiale WBC – è un tema scottante. Oggi abbiamo cercato di tracciare delle linee guida per fare in modo che la boxe venga praticata sempre in situazione di sicurezza. Qualora ci dovessero essere complicanze, noi medici dobbiamo essere pronti anche a non concedere l’idoneità. Come medici possiamo abbassare la curva gaussiana del fattore di rischio, ma abbiamo anche il compito di illustrare agli addetti ai lavori, ad esempio gli allenatori, quali sono i rischi, veicolando una coscienza professionale per il bene degli atleti, affinché possano fare sport in tutta sicurezza evitando pratiche pericolose come il cosiddetto “taglio del peso“.
Il prof Luca Pacciolla, medico nutrizionista dell’Associazione medico sportiva di Pavia evidenzia che “in uno sport come la boxe, dove ci sono tantissimi fattori di rischio, va prestata molta attenzione agli aspetti nutrizionali. La nostra Commissione, da ormai diversi anni, prende le distanze e condanna la manipolazione dei liquidi, ovvero il taglio del peso. Auspichiamo che tutte le Federazioni applichino il monitoraggio del peso per evitare l’abuso di questa pratica”. A Paciolla fa eco il prof Lucio Ricciardi, fisiologo di fama internazionale, sottolineando come il taglio del peso “in un individuo diabetico sarebbe ancora più deleterio, tanto da impedirne l’idoneità a salire sul ring“.
“Diversi anni fa – evidenzia il prof. Italo Guido Riccagni, medico dello sport a Roma – le persone con diabete di tipo 1 non erano idonee alla pratica sportiva tout court. Oggi le cose sono cambiate, ma dobbiamo imporre dei limiti, ad esempio, la presenza di patologie derivanti dal diabete a livello retinico o renale rendono una persona non idonea a praticare uno sport di combattimento come la boxe. Ma anche solo la presenza di un device sottocutaneo potrebbe creare problemi. Non si tratta di fare discriminazione, ma di avere un’attenzione maggiore”. Dello stesso avviso il prof. Antonio Bonetti: “I benefici dell’esercizio fisico possono essere traslati in tutte le discipline sportive, in particolar modo nella boxe, dove però ci sono dei limiti che è importante andare ad identificare prima di prescrivere la pratica sportiva, sia agonistica che non“.
Ma ci sono importanti distinzioni da fare, ad esempio, tra la pratica a livello agonistico e quella amatoriale, come sottolinea il prof. Francesco Rondoni, medico sportivo per anni al centro tecnico nazionale di Assisi: “Il diabetico, se ben controllato, può tranquillamente fare boxe a livello dilettantistico, dove ci sono solo tre riprese e quindi senza importanti oscillazioni del livello glicemico. Sicuramente più complesso a livello professionistico, dove lo sforzo è superiore. In questo caso, tuttavia, l’utilizzo di speciali sensori indossabili in grado di monitorare i livelli di glicemia nell’atleta potrebbero aprire a nuove possibilità“.
E proprio la tecnologia ricopre un ruolo non secondario nel tavolo di lavoro della Commissione, come bene evidenziato dal prof. Stefano Mazzoleni, bioingegnere e professore associato presso il Politecnico di Bari e presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca: “Nella Commissione prendiamo in considerazione anche il ruolo delle tecnologie biomedicali, in particolare per la misurazione dei livelli di glicemia. Siamo ovviamente consapevoli che la boxe è uno sport di contatto e quindi è importante che questi device non vengano danneggiati durante gli incontri. Ci sono inoltre persone che hanno infusori di insulina sottopelle. L’idoneità va quindi valutata di caso in caso alla luce anche di questi dispositivi. Allargando il discorso, le tecnologie possono rivelarsi estremamente utili anche nel prevenire l’insorgenza di traumi cranici. Dotando gli atleti di particolari sensori non invasivi, infatti, sarebbe possibile misurare l’entità dei colpi alla testa e quindi avere più elementi per fermare o meno un incontro. Non solo: questi sensori indossabili permetterebbero di valutare il gesto sportivo nell’ambito dell’analisi delle prestazioni“.













