“I ragazzi del dottor Brolis”, Prandelli e Samaden ricordano il dirigente che inventò il settore giovanile dell’Atalanta: “Ci ha insegnato come pensare prima alle persone che ai calciatori”

L'ex commissario tecnico della Nazionale Italiana e il responsabile del settore giovanile nerazzurro hanno analizzato il volume scritto da Maria Teresa Brolis e Marco Carobbio.

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L’Atalanta rappresenta un esempio di crescita dei giovani che vale ormai da decenni.

Dai tempi della vittoria della Coppa Italia del 1963 ad oggi, la squadra orobica possiede uno dei settori giovanili più importanti d’Europa, tuttavia la forza di questo progetto nasce dalle persone e da chi ci crede fino in fondo nei ragazzi.

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Uno dei primi ad averlo fatto è stato sicuramente il dottor Giuseppe Brolis, osservatore e dirigente nerazzurro di lungo corso che, a partire dalla metà degli Anni Cinquanta, ha accompagnato la crescita della squadra orobica portando con sé l’attenzione rivolta alla persona prima che al calciatore.

La storia di tutti quei giovani che sono passati fra le mani dell’ex direttore sportivo di Atalanta, Cremonese e Piacenza nonché osservatore della Juventus è stata raccolta nel libro “I ragazzi del Dottor Brolis. Storie di un calcio che non finirà”, scritto da Maria Teresa Brolis e Marco Carobbio ed edito da Equa Edizioni.

Il volume è stato presentato all’interno del progetto “Cattolica Sport” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove si sono riuniti alcuni “ragazzi del dottor Brolis” come Cesare Prandelli che ha conosciuto da vicino il dirigente orobico.

“Quando arrivava con il suo cappello al campetto di Orzinuovi, rimanevamo tutti a bocca aperta perché il mio istruttore era un suo grande estimatore. Ricordo che una volta prima di una partita ci disse ‘Divertitevi, ma rispettatevi’. Anni dopo, insieme a Bonini e Scirea siamo andati a casa sua a Verdello e ciò che mi colpì furono non solo la sua grande educazione e la maniera chiara di parlare, ma soprattutto le sue pause e i suoi silenzi, quello mi ha permesso di riflettere – ricorda Prandelli -. Quando ho letto qualche tempo fa un suo giudizio, emergeva che io ero un ragazzino talentuoso, ma non sapevano dove mettermi in campo perché ero in grado di svolgere vari ruoli. Effettivamente era così perché ho svolto una serie di ruoli quando ho iniziato a giocare. Sinceramente quello che ho capito che, indipendentemente dalle fatiche che dovevo affrontare, non ho dovuto far dei sacrifici perché facevo qualcosa che mi piacesse e penso ancora oggi sia così”.

Ciò che l’ex commissario tecnico della Nazionale Italiana vuol sottolineare è la necessità di dare una svolta al calcio italiano, soprattutto quello giovanile, partendo proprio dalla condivisione e dal valore che si dà ai ragazzi come persone, proprio come faceva il dottor Brolis.

“Quando negli Anni ’90 abbiamo convinto Percassi a ristrutturare Zingonia, abbiamo trovato una condivisione fra noi allenatori perché ogni problema avrebbe potuto colpire gli altri. Non a caso da quella nidiata siamo usciti io, Vavassori, Gustinetti, Titti Savoldi che offriva ai ragazzi una preparazione tecnica in ogni allenamento e i ragazzi venivano mezz’ora prima per allenarsi con lui. Pensando a oggi, credo che bisognerebbe tornare come facevamo all’epoca, pensando prima ai ragazzi e soprattutto lasciarli divertire in campo perché troppo spesso si finisce per bloccarli sin da bambini nella tattica”. 

Chi ha potuto apprendere e portare avanti le lezioni del dottor Brolis c’è sicuramente il responsabile del settore giovanile dell’Atalanta Roberto Samaden che, dopo una lunga militanza nell’Inter, ha raggiunto Bergamo riprendendo proprio l’esempio offerto da una figura come l’osservatore orobico.

“Quando sono arrivato qui, quello che mi ha colpito anche grazie ad Antonio Percassi è stata la volontà di portare avanti il modello Atalanta dove, oltre alla metodologia e alla preparazione, c’è qualcos’altro e riguarda la necessità di occuparsi dei ragazzi fuori dal campo. Leggendo il libro, emerge come la differenza la facevano gli allenatori che avevano un’indole, dimostrandosi magari anche duri con i ragazzi, ma al tempo stesso pensare a loro – aggiunge Samaden -. Nel nostro paese i ragazzi ci sono, hanno potenzialità, ma non bisogna dar loro soltanto dei liberi. Dobbiamo pensare di rimetterci in gioco noi e rivedere come affrontare questa situazione. L’Atalanta ha qualcosa di unico a livello europeo ed è avere una società con un presidente e un amministratore delegato che hanno giocato lì e lo hanno fatto anche nel settore giovanile. Questo ti permette di capire veramente la cultura che si vuole trasmettere”.