Il Progetto Giovani Ciclisti-Team Mazzola punta a un 2026 più proficuo: “Costruire l’atleta per avere risultati e non il contrario”

Il team manager Daniel Mazzola ha fatto il punto sulla squadra di Pradalunga, pronta a prendersi spazio fra gli Under 23 dopo un 2025 difficile.

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Daniel Mazzola ha le idee ben chiare in testa, nonostante il ciclismo italiano sia sempre più in difficoltà.

L’esperienza raccolta da corridore lo ha aiutato a capire più a fondo le criticità di questo sport, soprattutto a livello giovanile, e per questo, ha deciso di scendere in campo in prima persona per aiutare un rilancio giovanile di questo sport nella bergamasca.

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Da qui, a soli diciannove anni, nel 2020 è nato il Progetto Giovani Ciclisti-Team Mazzola, con sede a Pradalunga,  militante nella categoria Elite/Under 23 con un progetto diverso, destinato a formare il corridore e a seguirne la crescita volta alla costruzione del miglior atleta possibile con metodo moderno.

Una scommessa decisamente rischiosa, ma che Mazzola ha deciso di proseguire anche nel 2026 con l’obbiettivo di dare una svolta a un movimento alla ricerca di un’identità vera.

Come nasce questo progetto?

Il progetto nasce nel gennaio del 2020 a Pradalunga, proprio al confine con Nembro e Alzano Lombardo che sono stati il fulcro del Covid e quindi dopo due mesi dall’arrivo della società ci siamo trovati a che fare con la pandemia. Il tutto nasce da un corridore come me che, dopo una serie di esperienze negative, ha deciso di mettersi in campo in questo ruolo di corridore/manager, come manager più giovane d’Italia. Il ciclismo italiano sta purtroppo vivendo un periodo di grande difficoltà fra regole sbagliate e visione ridotta sul futuro da parte di dirigenze ed addetti ai lavori, dopo aver corso per diverse squadre, anche in una Under 23, mi sono stancato di non vivere un “metodo” e ho aperto il team. Il tutto perché siamo rimasti fermi agli anni 90/2000 in  metodologie di allenamento, mentalità, psicologia così ho deciso di creare una squadra diversa da quelle tradizionali italiane attraverso un metodo moderno e scientifico visto che seguiamo gli atleti sia da un punto di vista psicologico che nella preparazione, con obbiettivo finale ovviamente raccogliere risultati.

Come riuscite a sostenervi in una categoria così complicata, governata dai Development Team delle squadre World Tour?

Le Development le vedo come le “vere continental”, ma in una quindicina di anni a ritroso ci siamo ritrovati che le continental non fanno vera attività internazionale come dovrebbero. Se guardiamo la differenza fra Continental e club che dovrebbero occuparsi di attività nazionale e regionale, praticamente non c’è nel 80/90% dei casi. Le continental, ovevano essere delle “squadre professionistiche di serie C” con attivita Internazionale fuori dall’Italia, ma tuttavia ciò non è accaduto. Servivano tre, quattro o cinque Continental per nazione, permettendo a chi veramente andasse forte di essere preso dai club e passare poi professionista, invece le vere gare con i professionisti erano al massimo cinque-sei l’anno in Italia, per il resto il calendario era lo stesso dei club. Ora sono arrivate le Development che fanno la vera attività che avrebbero dovuto fare le Continental già 15 anni fa e infatti sono una quindicina al mondo con circa venti corridori ciascuno. Alla fine saranno 250, 300 corridori che possono prendere parte a quest’attività, mentre gli altri possono avere la possibilità di far attività e crearsi come corridore in dei club, per come la vedo io. I corridori sono sempre meno perché spesso demotivati, visto che se non hai vinto almeno cinque corse fra gli juniores è inutile che passi, a detta di alcuni, anche perché c’è il rischio che se passi non trovi uno sbocco comunque.

A questo punto ha ancora senso avere la categoria Under 23?

Ha sicuramente ancora senso perché, eccetto casi eccezionali come Remco Evenepoel, tutti hanno almeno fatto un anno fra gli Under 23, persino Pogacar. Alla fine sono ragazzi di vent’anni, anche se c’è il trend che porti a pensare che questi corridori siano già “vecchi”, un’idea sbagliata perché se vai forte, passi anche dopo, basti vedere il caso di Lorenzo Finn che ha deciso di rimanere fra gli Under 23 e molti altri casi esteri. La categoria ha senso soprattutto se si compie un’evoluzione nei regolamenti e qualche anno fa ho avanzato alcune proposte, e per questo sono stato stigmatizzato dal sistema ed etichettato come “irrispettoso”. Il problema è che se perdiamo il 20% di giovanissimi ogni quadriennio come dicono i dati, ci ritroveremo il 60/70% di Under 23 in futuro, già oggi è cosi, nessuno lo dice. Inoltre servirebbe che vadano rivisti i calendari visto che spesso ci troviamo domeniche senza gare e altre con una serie di prove che non sappiamo nemmeno dove far correre gli atleti, portando un sistema centralizzato di calendarizzazione e non lasciare ai singoli comitati regionali il compito. Inoltre ci sono anche team, purtroppo che fanno correre letteralmente ragazzi a caso, senza fornire nulla. Basterebbe accordarsi e pensare effettivamente al bene dei ragazzi, facendoli correre non come degli amatori che rientrano nella categoria Under 23, ma destinando loro tutte le attenzioni necessarie, se no non ha senso correre U23.  

Si può a questo punto pensare di ridurre il numero delle squadre e unire le forze per offrire un livello più elevato?

Ho aperto una squadra a diciannove anni, non ho mai fatto pagare pressoché nulla ai corridori e ho sempre fornito loro bici, preparatore, mental coach, soprattutto negli ultimi tre anni. Se ci è riuscito un diciannovenne, non figlio di papà, sono imprenditore , non capisco perché un imprenditore che ha alle spalle 30-40 anni di esperienza nel mondo del ciclismo non ce la possa fare. Sinceramente, visto com’è la mentalità italiana, la vedo molto difficile pensare di unire le forze. Per esempio nel nostro caso quest’anno abbiamo aperto un gemellaggio con il Team Omnia di Imola, una squadra juniores presieduta da Andrea Grillini con cui abbiamo trovato un’affinità unica nella visione del ciclismo, ma per farlo siamo dovuti uscire da una regione che dovrebbe essere il centro del ciclismo italiano ed arrivare in Emilia Romagna. Purtroppo sono convinto che una categoria come gli Under 23 debba essere fatta soltanto se fornisci ai corridori certe figure di supporto, non come mi è capitato di vedere ragazzi cambiarsi dopo una gara seduti sui marciapiedi senza nessuno che li accompagnasse. Sarebbe bello magari anche unire le forze per organizzare nuove gare, io mi sono fatto avanti con alcune società, ma mi sono sentito rispondere che si è sempre fatto così e che volevo mangiare nel piatto che loro avevano costruito, per questo dico anche i ragazzi di stare attenti alle “voci” perché vedo molte persone che vedono in noi una cosa diversa. Inculcano ai ragazzi l’idea che non siamo un team all’altezza senza sapere nulla di noi, quando invece è palese e visivo il nostro intento e mezzi, soprattutto sui social dove siamo il team giovanile più seguito in Italia.

Qual è il bilancio del vostro 2025?

E’ stato probabilmente l’anno più difficile dei primi 5 anni. Abbiamo avuto due ragazzi che hanno lasciato a novembre 2024 il giorno prima della riunione inaugurale; un altro che ha smesso a marzo perché non riusciva a conciliare la scuola e gli impegni famigliari, infine abbiamo avuto tre ragazzi che si sono infortunati. Infine c’è il caso di Stefano Austoni che a fine stagione ha deciso di smettere ed è rimasto nel nostro staff, secondo il nostro progetto di formazione atleta per far sì che i ragazzi che smettono rimangano nel ciclismo. Avendo otto corridori all’attivo, arrivare a fine stagione è stato complicato così abbiamo deciso di fare all-in sul 2026 e resistere. L’idea c’è, siamo fra i pochi che pensano ad andare a vedere i ragazzi sui campi di gara per selezionarli, testarli e non puntare solo sui punti che portano in dote, ma sul potenziale che molto spesso si nasconde sotto corridori magari non motivati o seguiti abbastanza. Più volte sono stato accusato di prendere corridori che altrimenti non correrebbero da altre parti. E’ sbagliato perché abbiamo testato oltre trenta corridori quest’anno tra juniores, Under 23 e mountain bike tra “cercati” e “cercanti” e alla fine ne abbiamo scelti nove per il 2026.

Avete deciso di puntare anche su atleti stranieri?

Sì, abbiamo un atleta con origini dallo Sri Lanka, ma italiano, così come un ragazzo che arriva dalla Slovenia, ma nel corso degli anni abbiamo più o meno avuto sempre un ragazzo straniero. In tempi non sospetti, nel 2022 abbiamo avuto il campione israeliano così come abbiamo avuto un lituano e un colombiano. Puntiamo molto sul ragazzo sloveno, Gasper Kucek perché ha molta testa e grande potenziale come “uomo da classiche”.

Secondo lei i procuratori hanno troppo influenza sul futuro dei corridori?

Non sono un demonizzatore della categoria perché ci sono sempre stati e sinceramente sono favorevole quando si tratta di ragazzi maggiorenni. Quindi secondo me fino alla categoria juniores avanzata i procuratori non dovrebbero impicciarsi. Sento ragazzini che al primo anno allievi vanno a parlare con il procuratore o vengono cercati da essi e sinceramente non mi sembra il caso, anche perché stiamo seguendo un po’ un fenomeno ben radicato nel mondo del calcio, di selezionare i bambini “campioni di domani”.

Quali sono gli obiettivi per il 2026?

Sicuramente raccogliere quello che abbiamo seminato, visto che siamo al sesto anno con quest’idea e per vari problemi, all’inizio abbiamo avuto diverse difficoltà. L’obbiettivo sarebbe iniziare a farci vedere nei primi dieci e poi costruire una squadra che possa diventare un riferimento per la costruzione di un atleta con risultati e ben costruito, e non solo uno o l’altro. Noi puntiamo prima a formare l’atleta nella preparazione/mentalità e poi, se il lavoro sarà ben fatto, arriveranno anche i risultati e potremo essere un club di riferimento per gli Under 23, ho avuto ragazzi che, solo perché seguiti, sono migliorati del 10/15% il loro potenziale d’entrata nella categoria, con semplice metodo.