A che serve essere leali? Questa domanda potrebbe essere rivolta di frequente da coloro i quali praticano sport e si ritrovano a lottare spalla o spalla o viso a viso con l’avversario riabilitato quantunque scorretto. Com’è noto, il Comitato Internazionale Olimpico aveva stabilito che gli atleti condannati per uso di sostanze dopanti, e sospesi dalle competizioni per almeno sei mesi, non potessero prendere parte ai Giochi. Una norma giusta, varata per riaffermare i principi di lealtà sportiva. Invece il Tas di Losanna ha stabilito che essa non è valida né tantomeno applicabile, in quanto in contraddizione con il Codice Wada, documento tecnico attuativo del programma mondiale antidoping. In vista di Londra 2012 la frittata è fatta. Per correre ai ripari c’è tempo fino all’appuntamento con i Giochi di Rio de Janeiro 2016, ma intanto il messaggio, ancorché sostenuto da una giustificazione tecnico-normativa, è devastante. La lista degli atleti che hanno fatto ricorso al doping è lunga, come i casi delle medaglie prima assegnate e poi revocate dopo i Giochi di Pechino 2008. Atletica e ciclismo le discipline maggiormente a rischio. Alle federazioni sportive, e al Coni per quanto riguarda l’Italia, resta la possibilità di alzare un muro e non inserire nella lista dei convocati chi si è macchiato. E’ un segnale atteso. La credibilità delle Olimpiadi, comunque, dipenderà molto dall’atteggiamento che assumeranno i comitati olimpici nazionali.

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