Le sentenze, anche quelle sportive, non si giudicano, si accettano. Ma il verdetto dell’appello emesso sulla vicenda scommesse, che ha investito in primo luogo l’Atalanta, non può non lasciare interdetti soprattutto sul fronte della responsabilità oggettiva, capitolo che meriterebbe di essere rivisitato ma che i vertici federali intendono confermare. Nonostante l’assoluzione di Thomas Manfredini, abbinata alla conferma della squalifica di Cristiano Doni per tre anni e mezzo, l’Atalanta si è vista comminati i sei punti di penalizzazione che rappresentavano la pena in primo grado. E’ naturale chiedersi per quale motivo al riconoscimento dell’estraneità di Manfredini non corrisponda una riduzione della penalizzazione a carico della società. L’impianto accusatorio continua a basarsi sulle stesse testimonianze rese nel primo livello di giudizio. Nel caso dei due calciatori atalantini, nessuna prova legata a intercettazioni. E’ noto, tuttavia che la giustizia sportiva si esprime secondo criteri diversi da quella ordinaria. Questo sembra il motivo che ha indotto a confermare la squalifica di Doni e assolvere Manfredini. A chiarire i criteri saranno le motivazioni della sentenza che, va ricordato, ha confermato le pene inflitte in primo grado ai principali protagonisti dell’inchiesta e il -6 all’Ascoli in B e in LegaPro alla Cremonese, che con la denuncia del suo direttore generale ha fatto scattare l’inchiesta. Scontato il ricorso all’Alta Corte del Coni da parte dell’Atalanta, che proverà quantomeno a farsi limare un paio di punti per rendere meno gravosa la corsa a handicap. Pesa la condanna di Cristiano Doni, capitano e simbolo della squadra nerazzurra, che si è legato alla città di Bergamo. La vicenda, nella sua globalità, colpisce soprattutto il calcio provinciale, che si sta pensando di riformare per consentire un reale rilancio sotto l’aspetto tecnico, societario e della media spettatori.

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