“Che serva da lezione!” s’usa dire tra chi professa il rigore educativo e formativo. Sarebbe ora che presidenti e allenatori se ne appropriassero, perché le stupide gesta dei calciatori non possono essere in alcun modo giustificate. La stagione dei colpi proibiti, tanto più sotto gli occhi di una batteria di telecamere in grado di mettere in evidenza il minimo particolare, può considerarsi sbocciata innanzi la primavera. Sarebbe il caso di invocare una provvida gelata per provocare la distruzione di simili germogli. Consapevoli dei danni provocati alla propria squadra, coloro i quali sono considerati autentiche bandiere si comportano come schegge impazzite. E’ capitato a De Rossi in campo europeo, al Pocho Lavezzi che per uno sputo (“do ut des” sul terreno dell’Olimpico capitolino) ha perso la sfida del Napoli allo stadio Meazza con l’Inter, e ultimo in ordine di tempo (speriamo non sia “last but not least”, ovvero che non se ne debbano più vedere del genere) a Ibrahimovic, che oltre ad essere maestro di taekwondo, dimostra di saper colpire ai fianchi come un pugile. Tutti già perdonati, o che lo saranno, in nome delle imprese sportive di cui si renderanno artefici. Forse, tra i tanti comportamenti fuori posto, quello del laziale Radu nel derby con la Roma è intenzionalmente più grave: parte a piè deciso per intimorire Simplicio con un accenno deciso di testata, sotto gli occhi di arbitro e guardalinee. Viene da chiedersi: che senso ha? In ogni genere di lavoro, l’autocontrollo è imprescindibile. Perché non deve esserlo nel gioco del calcio?

Poi c’è il problema del laser. Nel derby Lazio-Roma l’ennesimo episodio di puntamento al volto. Ne sono vittime i piloti che viaggiano in quota e chi corre in mezzo al campo. Fenomeno che si fa fatica a contrastare, perchè questi strumenti sono praticamente invisibili, dotati di enorme potenza e perciò pericolosi, e difficilmente individuabili, se non con la collaborazione degli stessi spettatori.

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