Non stupisca che allo stadio olimpico di Londra si sia corsa la finale dei 200 metri piani più veloce di sempre. Neppure che, com’era ovvio e largamente pronosticato, Usain Bolt abbia trionfato trascinando sulla scia di un’impresa stratosferica i connazionali Yohan Blake, accreditato come più diretto antagonista dell’uomo jet, e il giovane Warren Weir. La prima tripletta targata Giamaica, cosa che era riuscita per ben sei volte nella storia solo agli sprinter neri americani. Ma quel che più conta è la doppietta messa a segno da Bolt in questa edizione dei Giochi, che fa il paio con Pechino 2008. Mai nessuno prima di lui aveva dominato la velocità in due Olimpiadi consecutive. Neppure un dominatore dell’epoca come Carl Lewis, figlio del vento e saltatore in lungo, per la verità più vicino al mito di Jessie Owens (quattro ori a Berlino 1936).

Bolt ha avuto una partenza bruciante, andando subito in testa e quando è uscito dalla curva aveva già un ampio margine sugli altri finalisti. Blake “The beast” (la bestia) ha provato a incalzarlo sul rettilineo, ma la falcata di Bolt è proibitiva per tutti. Un dominatore assoluto che gigioneggia come al solito prima di prendere posto sul blocco di partenza e poi vola via inarrestabile. Lo è stato anche e di più stavolta, facendo fermare il cronometro sul tempo di 19″32, di per sé mostruoso perché il nostro fulmine giamaicano si è permesso di guardare di lato e in alto il tabellone per godersi l’arrivo, non senza alzare l’indice della mano sinistra per zittire il mondo. In pratica ha rallentato perdendo una manciata di centesimi con cui avrebbe potuto avvicinare il record assoluto di 19″19 da lui stesso realizzato. Blake ha ottenuto 19″44, sua migliore prestazione stagionale, mentre l’astro nascente Weir ha fermato il cronometro a 19″84.

Bolt si definisce il più grande atleta vivente e non gli si può dare torto. Induce tecnici della corsa e scienziati a calcolare i possibili margini di miglioramento ottenibili grazie alle sue possenti leve. Un fenomeno che non cessa di essere personaggio e aggiungere ancora più colore al gialloverde nazionale. Attenzione: c’è ancora da completare il mosaico con la 4×100 giamaicana, tempi alla mano inarrivabile. Pronti, dunque, per un’altra ovazione.

Nella serata del dominio giamaicano nella velocità, il 23enne atleta keniotaDavid Lekuta Rudisha entra nella storia olimpica riscrivendo la gara degli 800 metri dove ottiene un sensazionale . 1.40.91, nuovo primato mondiale e, ovviamente, medaglia d’oro. Ha migliorato di un decimo il primato che egli stesso aveva ottenuto al meeting di Rieti. Una gara che ha visto prevelare gli africani, con il 18enne Nijel Amos del Botwana secondo in 1.41.73 e l’altro keniota Timothy Kitum (1.42.53) sul terzo gradino del podio. Alle loro spalle due americani , Duane Solomone e Nick Symmonds, rispettivamente quarto (1.42.82) e quinto classificato (1.42.95). Chissà cosa ha pensato, seduto in tribuna, sir Sebastian Coe, uno che ha detenuto il primato mondiale agli inizi degli anni ’80 e segnato un lunga stagione sulla distanza degli 800 metri. Certo, la gara più breve del mezzofondo non entusiasma come l’adrenalina e l’andatura fulminea della velocità, ma l’impresa di Rudisha va annotata tra i fatti da ricordare in questa Olimpiade.

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