“Cova Cova Covaaa!”, il “Ragioniere Volante” si racconta alla Biblioteca dello Sport “Nerio Marabini”: “L’Olimpiade non ha paragoni. Preparare oggi un atleta ai vertici è più difficile”

Il fuoriclasse comasco sarà protagonista dell'appuntamento di Time Out Festival in programma a Seriate nella serata di martedì 19 maggio al fianco di Paolo Marabini.

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Le braccia levate verso il cielo stellato di Los Angeles hanno rappresentato un’immagine per un’intera generazione che ha scoperto l’atletica leggera grazie ad Alberto Cova.

Il “ragioniere volante” ha segnato la storia dello sport italiano dominando il mezzofondo internazionale per un quadriennio, dal 1982 al 1986, conquistando in serie Europei, Mondiali e oro olimpico nei 10.000 metri.

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Con quella sua capacità di resistere alle avversità e soprattutto alla fatica, Cova ha catapultato il nostro movimento in un nuovo paradigma che ha ispirato altri grandi campioni come Stefano Mei e Salvatore Antibo.

Una lunga avventura che il fuoriclasse comasco racconterà in occasione dell’incontro “Cova Cova Covaaa! A tu per tu con il ragioniere volante” in programma alla Biblioteca dello Sport di Seriate “Nerio Marabini” nella serata di martedì 19 maggio alle 20.30 dove dialogherà con Paolo Marabini.

Perché ha scelto le distanze più lunghe?

Diciamo che è stato il mio fisico a indirizzarmi. Quando ero ragazzino, il mio primo allenatore mi disse: “Sei magro, sei agile, hai dei piedi buoni: secondo me potresti fare il mezzofondista”. E io gli ho creduto. Poi, con la crescita e le prime vittorie a livello junior, mi sono spostato prima sui 3.000 metri, poi sui 5.000, fino ad arrivare ai 10.000 con Giorgio Rondelli da professionista. In base alle mie caratteristiche — agilità e buon motore — abbiamo scelto quella distanza

Quanto è stato importante Giorgio Rondelli nella sua carriera?

Giorgio è stato fondamentale. I miei risultati lo avevano incuriosito e mi chiamò dicendomi che gli sarebbe piaciuto costruire un progetto con me. Così andai alla Pro Patria. È stato fondamentale non solo dal punto di vista tecnico, ma anche nella preparazione ai grandi eventi. Oggi si direbbe che fosse una sorta di mental coach. Non lo era nel senso moderno del termine, perché all’epoca quella figura praticamente non esisteva, però era bravissimo a caricarmi e a stimolarmi in vista delle competizioni. Quindi il suo contributo andava ben oltre l’aspetto tecnico.

La prima grande vittoria arrivò agli Europei del 1982 ad Atene. Si aspettava già di poter conquistare quell’oro, considerando che partiva un po’ da outsider?

Sì, ero un outsider, però durante quell’anno avevo fatto passi avanti importanti. Avevo finalmente trovato quella dimensione che sentivo di avere negli allenamenti. Per questo andai ad Atene convinto che quel risultato fosse possibile. Certo, poi la gara andava corsa, ma dentro di me sentivo che potevo farcela.

Guardando alla sua carriera, spesso le sue vittorie sono arrivate in volata, magari dopo aver sofferto fino agli ultimi metri. Come si riusciva a resistere alla fatica in quei momenti?

A quei tempi le gare si sviluppavano così per due motivi. Il primo è che c’erano tanti atleti molto forti in volata e quindi nessuno voleva prendersi la responsabilità di fare una gara tirata. Chi provava ad aumentare il ritmo spesso non era poi un grande finisher, e quindi si andava abbastanza controllati. La seconda ragione è che, rispetto a oggi, si disputavano anche le semifinali. Settantadue ore prima della finale c’era la qualificazione e si correva un altro 10.000 metri. Quindi si arrivava all’atto conclusivo con già tanti chilometri nelle gambe. Non dico stanchi, ma sicuramente appesantiti. Di conseguenza non c’era grande voglia di correre velocissimo e molte gare finivano in volata. All’Olimpiade però fu diverso: lì ci fu una volata a due. Martti Vainio fece il vuoto e l’unico a resistere al suo ritmo fui io.

Tra tutte le vittorie ottenute in quel quadriennio, quale considera la più bella: l’Olimpiade o il Mondiale?

L’Olimpiade non ha paragoni. Nello sport è il risultato per eccellenza ed era l’obiettivo che cercavamo fin dall’inizio. Quando iniziai a lavorare con Giorgio avevamo sì Europei e Mondiali come tappe intermedie, ma il vero progetto era vincere l’Olimpiade. Dal punto di vista tecnico, però, il Mondiale è stata probabilmente la gara più bella. Fu una volata molto particolare e anche abbastanza lunga. Ricordo che Schildhauer partì da lontano e ci fu quasi un inseguimento di 500 metri. Alla fine riuscii a spuntarla ed è stata una gara tecnicamente straordinaria. Non posso però dimenticare l’Europeo, perché la prima volta non si scorda mai. Quella vittoria mi lanciò definitivamente tra i migliori specialisti dei 10.000 metri. In quegli anni l’Europa aveva atleti fortissimi e vincere il titolo europeo rappresentava già un grandissimo traguardo.

Verso la fine della carriera arrivò anche l’Europeo del 1986, con la storica tripletta italiana insieme a Stefano Mei e Salvatore Antibo. Fece più male arrivare secondo dietro Mei oppure prevalse la gioia per quel podio tutto azzurro?

Entrambe le cose. Da atleta e da campione olimpico, la sconfitta sportiva fa male e quella mi lasciò il segno. Però allo stesso tempo riuscimmo a festeggiare quella tripletta italiana, che rimane qualcosa di straordinario. Nell’immediato la gioia per il risultato di squadra riuscì un po’ ad attenuare l’amarezza del secondo posto.

Perché decise di ritirarsi così presto, poco dopo i trent’anni?

In realtà avevo già 33 anni quando smisi. Oggi gli atleti a quell’età sono ancora nel pieno della carriera, ma all’epoca i trent’anni venivano considerati quasi una soglia di vecchiaia sportiva. Inoltre si sentiva molto di più la fatica. Oggi è cambiato tutto: la preparazione è diversa, gli atleti gestiscono meglio le energie e anche i materiali aiutano molto di più. Le scarpe moderne, per esempio, permettono posture più economiche e aiutano a durare più a lungo. Io arrivai al 1990 dopo un paio d’anni molto difficili, nei quali non riuscivo più a trovare la mia dimensione. Non vedevo più risultati importanti e alla fine decisi di appendere le scarpe al chiodo quasi per necessità.

Perché oggi l’Italia fatica così tanto nel mezzofondo maschile, soprattutto sulle lunghe distanze?

Nel femminile abbiamo Nadia Battocletti, ma anche lì non ci sono tantissimi nomi. Nel maschile abbiamo avuto Yeman Crippa, che però negli ultimi anni ha scelto di dedicarsi maggiormente alla maratona. Sui 10.000 aveva corso in 27’08”, un tempo di assoluto valore, ma nelle grandi competizioni spesso gli è mancato qualcosa, a parte il titolo europeo che è riuscito a conquistare. Il mezzofondo, e più in generale l’atletica, è una disciplina molto difficile. Richiede scelte importanti fin da giovani, costanza, coerenza e capacità di sopportare fatica e sacrifici. Non è semplice costruire un atleta di alto livello. Inoltre oggi, fisicamente e muscolarmente, le nuove generazioni sono mediamente più fragili e bisogna lavorare per anni per prepararle all’attività professionistica. Crippa, pur essendo italianissimo, ha origini etiopi e probabilmente possiede caratteristiche fisiologiche particolarmente adatte alla corsa. Anche Battocletti ha una componente genetica importante, con influenze nordafricane e una famiglia di atleti. Naturalmente il talento da solo non basta: servono allenamento, continuità e lavoro quotidiano. E bisogna lavorare molto sul movimento nel suo complesso, non solo sui campioni che vincono medaglie. Occorre capire cosa c’è dietro: come crescono gli atleti, come vengono seguiti e accompagnati nello sviluppo. È lì che la federazione deve concentrarsi maggiormente, perché i risultati si costruiscono molto prima del podio.