Se non lo avessimo conosciuto vedendolo filare con prodigioso abbrivio in rettilineo e tagliare le curve sfidando le leggi fisiche comuni, Marco Simoncelli sarebbe stato sempre e comunque il simpatico ragazzo della porta accanto, semplice quanto riflessivo, maturato nell’ambiente più sano che pone valore nella famiglia e nell’amicizia sincera, spontanea, autentica. Sembra facile esaltare le qualità di chi non c’è più. Invece sarebbe stato difficile immaginare quanto di semplicemente buono ed esaltante SuperSic sia stato capace di seminare, non solo nel mondo del motociclismo, rendendo umani e sdrammatizzando gli errori in pista, saltellando di gioia come si farebbe all’oratorio una volta salito sul podio. Siamo abituati a campioni spesso gelidi, macchine in connubio con altre macchine, o ad altri che affidano il loro messaggio a vistosi tatuaggi. L’immagine di Marco Simoncelli era, ed è, racchiusa nell’abbondante chioma ricciola, cornice sul volto acqua e sapone che, come sottolinea il papà, si trasformava in quello del guerriero a cavallo della moto n. 58. Un numero che resterà un simbolo per tutti gli sportivi. Un grande giornalista come Gianni Brera ebbe a scrivere una volta che i grandi campioni dovrebbero essere assunti in cielo su un carro di fuoco. Il riferimento era soprattutto agli dei dell’olimpo calcistico. Chi abbraccia il motociclismo sposa una passione innata, taglia l’aria come il muso di un jet, sogna di mettere anche un solo spicchio di gomma davanti a quella dell’avversario, con il quale semmai condividere pizza o piadina a battaglia finita. Il destino si è fatto beffa di un ragazzo, ma cuore e anima di Marco Simoncelli continuano a battere forte e ad aleggiare. La vita insegna a lottare e competere. Sic lo ha fatto senza sfigurare la propria identità. La grande forza è proprio questa. Campione per sempre. Sic et simpliciter.

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