La vicenda della rosa del Pro Patria costretta a dormire negli spogliatoi dello stadio di Busto Arsizio merita più di una riflessione. Innanzitutto rappresenta il dramma e l’esasperazione, ovvero la punta di un iceberg sotto il quale appaiono cristallizzate situazioni finanziarie di molte società calcistiche che non sarebbero consentite in altri settori dell’economia e del lavoro. La minaccia di messa in mora e fallimento pende un po’ ovunque, da nord a sud. Il caso Pro Patria è toccante non perché si è arrivati ad una sorta di autogestione, ma in quanto aggravata dalla mancanza di stipendio e dallo sfratto da appartamenti e ristoranti. Una storia gloriosa alle spalle e un comportamento decisamente dignitoso sul campo, con la squadra rimasta lungamente in vetta al girone A di Seconda divisione Lega Pro e ancora in grado di primeggiare nonostante difficoltà evidente e privazioni. I tifosi che fanno la colletta per coprire le spese e consentire di disputare le partite casalinghe e quelle in trasferta. I tifosi che ai autotassano per rimediare i pasti ai giocatori. I tifosi che procurano asciugamani e prodotti per l’igiene personale. Calciatori costretti a vivere come sfollati per difendere l’onore, proprio e della società Pro Patria. Calciatori umiliati sul piano umano e professionale, ma che lottano perché si sentono degni ed orgogliosi del comportamento che riescono a tenere. Calciatori che rispondono alle proprie famiglie del loro operato chiedendo aiuto morale come per chi perde il lavoro. Tutt’intorno un silenzio assordante, occhi bassi o distratti. Un colpevole disinteresse.

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