Può una retrocessione sul campo gettare nella disperazione un’intera comunità? Visto quanto è successo in Argentina con il River Plate, che ha lasciato l’olimpo per entrare a far parte della seconda divisione, la risposta non più che essere affermativa. Le scene di contestazione, sfociata anche nella violenza, e gli atteggiamenti parossistici, ai quali si sono abbandonati i sostenitori della squadra rivale del Boca Juniors di Maradona, erano state preannunciate largamente da chi conosce l’anima calcistica del Paese sudamericano. Una vittoria o una sconfitta in quella parte di emisfero meridionale può comportare disastri di gioia o tragedie collettive. Per fortuna alla fine hanno prevalso i sentimenti di delusione e rabbia, che poco alla volta si spera possano essere assorbiti, benché la decisione, legittima, di punire le escandescenze squalificando il campo del River Plate per 20 giorni non contribuirà a sanare le ferite.

Poche squadre al mondo possono vantare la presenza permanente nel massimo campionato. In quello nostrano, dopo la doppia caduta del Milan agli inizi degli anni ’80 (la prima volta a causa del calcioscommesse) e della Juventus dopo l’inchiesta che ha coinvolto il suo dirigente Moggi, è rimasta solo l’Inter. Nella Premier League nessuna delle grandi è rimasta immacolata; anche il mitico Manchester United ha calcato i campi della serie inferiore. Tornando all’Argentina, restano in piedi due club storici come Boca Juniors e Indipendente. Resistono nella Liga spagnola Real Madrid, Barcellona e i portacolori della tradizione basca dell’Atletico Bilbao. Tre anche le elette tedesche: Bayern Monaco, Amburgo e Bayer Leverkusen. Il trio portoghese Benefica-Porto-Sporting Lisbona è da sempre protagonista della serie A, così come Celtic e Rangers Glasgow catalizzano il massimo campionato scozzese. In Francia solo il Paris St Germani ha sempre disputato il campionato di serie A.

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